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R Recensione

6,5/10

Frog Eyes

Paul's Tomb: A Triumph

Dell’affollato carrozzone canadese i Frog Eyes sono sempre stati, sin dall’esordio (“The Bloody Hand”, 2002), la punta più spastica e sperimentale, così come tra i diversi stacanovisti della scena indie rock con la foglia d’acero (da Spencer Krug a Dan Bejar) il loro leader Carey Mercer si è via via distinto come il più imprevedibile e il meno incline ai compromessi con la melodia: “Tears Of The Valedictorian”, tre anni fa, rivelò con pezzi di accecante bellezza (cos’era “Bushels”?) l’equilibrio che i Frog Eyes erano riusciti a raggiungere tra quanto costituiva il denominatore comune della ‘canadian scene’ e la loro originale forma di schizofrenia. Per epicità, pienezza delle partiture, singolarità degli intrecci ritmici, audacia vocale, estro compositivo, complessità lirica, i Frog Eyes staccavano i compagni di viaggio (Sunset Rubdown, Wolf Parade, The New Pornographers, Destroyer, Swan Lake), dirigendosi verso quelle vette che a scalare, di solito, sono solo i maestri.

In questi tre anni è successo che Mercer, dopo aver collaborato al nuovo Swan Lake (“Enemy Mine”) e aver edito un lavoro a nome Blackout Beach (“Skin Of Evil”) tanto ostico quanto interessante per le sonorità più elettroniche e inquietanti, ha alimentato il desiderio di pubblicare un disco che sapesse di terra e di rock. La veste dei Frog Eyes, duttile e plastica come non mai, si è così prestata al nuovo bisogno di fisicità abrasiva di Mercer: l’intero “Paul’s Tomb: A Triumph” è stato registrato dal vivo, senza overdubbing e con un apporto minore, rispetto al passato, di synth e tastiere. Ne esce un disco fatto di materiale grezzo, di pasta grossa, di gain a mille e riverberi costanti, un disco che ricrea i consueti intarsi frenetici di riff e (anti)melodie in una forma più cruda rispetto a “Valedictorian”, e nel complesso meno efficace.

La scrittura di Mercer rimane esagitata e involuta, pindarica più per una naturale irrequietezza che per scelta: Mercer, che come Krug si ritrova una faccia da bimbone ciccioso un po’ canagliesco, si conferma un autore iperattivo e schizoide, che procede per asimmetrie e storture, arabeschi e contorsioni, successioni nevrotiche di pause e rilanci. Conta molto, direi, il suo stile vocale, sempre invasato e convulso, tendente, più che al canto vero e proprio, a una recitazione verbosa stimolata da qualche droga eccitante (alle volte, in certe pose drammatiche, sembra posseduto da Meat Loaf, che è tutto dire). Da cui una certa (voluta) indigeribilità, soprattutto dei pezzi dal minutaggio più contenuto, i quali, lasciando meno spazio a divagazioni strumentali, risultano quasi del tutto occupati dalla logorrea smaniosa di Mercer. Alla fine, ipnotizzati, si tende a perdere la cognizione di quanto accade ‘sotto’ di lui, arrivando alla fine dell’ascolto con una tachicardia non propriamente piacevole (“The Sensitive Girls”, “Rebel Horns”, che pure è un brano niente male).

Gli immancabili pezzi-monster, inserendo i sermoni surreali di Mercer nei ritmi balbettanti e sciancati di Melanie Campbell e in spazi strumentali più distesi, appaiono più completi. Non sempre, però, come nel passato, fanno centro. Buona “A Flower In A Glove” (nove minuti di riff labirintici sbalestrati a destra e a manca), interlocutoria “Styled By Dr. Roberts”, cubista all’eccesso “Paul’s Tomb”. I picchi vanno cercati nell’appassionata “Odetta’s War” (emozionante la sinfonia per organo e chitarre in coda), nell’inattesa celestialità che chiude “Lear In Love”, cui giova la seconda voce della new entry Megan Boddy, e nelle campate più vuote e tetre di “Violent Psalms” (Xiu Xiu sullo sfondo).

Ecco: che i Frog Eyes riescano meglio dove lavorano per sottrazione significa che qualcosa non è andato per il verso giusto. Il plusvalore della lavorazione in studio, poco da dire, manca (assieme a qualche pezzo maestoso davvero), facendo intuire come il disco potesse essere ‘pensato’ di più. Ma figurarsi se Mercer si ferma un attimo: è canadese...

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Voto degli utenti: 7/10 in media su 7 voti.

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tarantula (ha votato 8 questo disco) alle 14:29 del 27 aprile 2010 ha scritto:

Disco difficile, anche per chi è avvezzo alle sonorità dei canadesi: il colpo di genio di Francesco nella definizione "cubista all'eccesso" rende proprio l'idea! Dopo 6 ascolti ancora non sono addentro al disco ma l'atmosfera è, come sempre, magnifica. Alcuni passaggi sono da pelle d'oca e ricordano un pò il Nick Cave invasato oppure un David Eugene Edwards senza la componente southern. Sicuramente preferivo "Skin of evil" dei "Blackout beach" per l'atmosfera malata che emanava ma anche questo, dopo moooolta pazienza, sono sicuro che si rivelerà in tutto il suo splendore! Per ora, il voto è temporaneo.

REBBY (ha votato 6 questo disco) alle 16:18 del 27 aprile 2010 ha scritto:

Mi riconosco in quel che dici Tarantula. Io

"frequento" da alcuni anni la scena canadese ed

ho molto apprezzato il precedente Frog eyes (che

gran pezzo era Bushels davvero) conosciuto proprio

grazie a queste pagine, ma con questo (come coi

Blackout beach del resto) niente da fare. Sarà

sicuramente perchè non ho tutta la pazienza che

hai tu, ma di questo album non riesco a

"salvare" alcun brano, per il momento almeno eheh

REBBY (ha votato 6 questo disco) alle 8:22 del 17 maggio 2010 ha scritto:

Da qualche giorno sono riuscito ad entrare in

sintonia con questo album. Come diceva Tarantula

non è stato facile eheh.Che dire? Il singer è

il solito 21st century schizoid man e il suo

amico (e anche le altre) un degno compare. Si

continua a triturare rock & roll amici, in maniera teatrale e caricaturale, come già nel

precedente Tears of the valedictorian. L'importante, per non rimanere delusi, è non

cercare un'altra Bushels (per me rimane la

track leader del loro repertorio). Nel complesso

direi un progetto, quello dei Frog eyes, ancora

interessante ed apprezzabile. Cero l'ubiquità

eccessiva e straripante dei loro componenti non

aiuta la comprensione e relega la loro proposta in

una nicchia, seppur dorata. Non sempre si è nello

stato d'animo giusto per essere recettivi e il rischio diventa allora quello di provare solo

fastidio (dico solo perchè a me sembra che il

fastidio sia una componente emotiva presente in

molti dei brani di Mercer, in genere opportunamente miscelata ad altre componenti

spesso sottese). Mah, oggi darei 7, l'altra

volta 5, mi sa che è meglio aspettare ancora.

target, autore, alle 15:27 del 17 maggio 2010 ha scritto:

Sì, il fastidio in effetti deve risultare: se non si prova un po' di fastidio vuol dire che il disco non è del tutto passato. E' un guazzabuglio da disbrogliare, il disco. Poco da fare. Dove però si lascia sciogliere, permette momenti di godimento puro. Peccato che rispetto al precedente tenda in certi pezzi a ingarbugliarsi oltre (credo) le stesse merceriane intenzioni.

xfredix alle 14:11 del 7 giugno 2010 ha scritto:

per la infinita serie BRACCIA RUBATE ALL'AGRICOLTURA

ascoltato i frog eyes, meglio passare oltre

Peasyfloyd (ha votato 7 questo disco) alle 19:30 del 10 giugno 2010 ha scritto:

mi sento di ripetere un pò lo stesso discorso fatto per l'ultimo dei National: percorsi molto simili in fondo (anche se generi assai diversi). Reduci da un disco spettacolare non mi sembra si siano saputi ripetere, e in entrambi i casi si è cercato di andare un pò "sul sicuro" con una serie di pezzi di buon impatto ma che mancano di quel qualcosa in più, di quello "speciale" che dovrebbe rendere l'ascolto indimenticabile (come lo poteva essere Bushels). Un pò troppa maniera e molti brani tutto sommato dimenticabili ecco...

Ecco mi sembra che il target abbia azzeccato bene soprattutto nella chiusa il senso del disco (che cmq rimane un ascolto più che discreto of course).