Grand Duchy
Petits Fours
L'ennesimo travestimento. Frank Black, o Black Francis, o come voglia farsi chiamare di questi tempi, di certo non è uno cui piaccia sedersi sugli allori. Non contento di aver segnato indelebilmente la storia del rock con i Pixies, negli anni si è proposto prima come novello Johathan Richman, poi con i Catholics ha dato la sua personalissima interpretazione di vent'anni di country e alt-rock americano, per poi tornare a flirtare con il punk nelle ultime, recenti prove discografiche. Stavolta però la combinazione è di quelle che lascia perplessi: Frank chiama infatti a cantare e a suonare (?) il basso la moglie Violet Clark, la cui voce particolare e sempre al limite con la stonatura mal si intona allo stile di Black.
Soprattutto in brani come "Lovesick" - che il riff sia un omaggio ai Rolling Stones? - e il suo imbarazzante dialogo marito-moglie "What are you wearing?" "I don't know", è evidente come l'ascoltatore si trovi catapultato in un quello che probabilmente poteva - o doveva - restare in famiglia, un divertissment più apprezzabile per chi lo abbia suonato e registrato che per chi lo ascolti. Stupisce in negativo una certa sciatteria negli arrangiamenti, in particolare la scelta di una batteria elettronica e un basso che raramente esce dal seminato e che spesso si accontenta di accompagnare il lavoro alle chitarre di Black, quello sì all'altezza della situazione. Novità assoluta l'utilizzazione di synth anni '80, portati in eredità al progetto - pare - proprio dalla Clark.
Naturalmente, l'incredibile classe di Black non è scomparsa, e anche in questo disco piazza alcune grandi canzoni: l'urlata "Black Suit" gioca con le ossessioni di sempre del nostro, e la "alien mine" del ritornello non può non richiamare alla mente i temi del purtroppo ancora sottovalutato "Teenager of the Year", mentre musicalmente il brano ricorda quella "So. Bay" che chiudeva "Pistolero"; "Fort Wayne" dimostra che Black ha recepito la lezione ricevuta a Nashville da gente come Steve Cropper e Buddy Miller. Positiva anche "The Long Song", che ricorda i brani dei Pixies affidati alla voce di Kim Deal, anche se la Clark non regge il confronto; piacevole e fresca anche "Ermesinde", nella quale l'impostazione pop e disimpegnata non risulta forzata come accade invece altrove nell'opera.
Probabile quindi che qualcuno si acconterà dell'onesto mestiere di "Come On Over to my House" o dell'inoffensivo pop-rock di "Volcano!"; resta che questo "Petit Fours", pur non essendo certamente un cattivo lavoro, sarebbe stato forse preferibile sotto forma di EP, con l'inclusione dei soli brani migliori, in quanto alla lunga distanza non raggiunge i suoi obiettivi; consci che questo non sia il vero valore di Frank Black - e ci sono ventidue anni di carriera a dimostrarlo! - noi lo aspettiamo al ritorno su territori a lui più consoni.
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