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R Recensione

8/10

JAWS

Be Slowly

Uno spettro si aggira per il Regno Unito: lo spettro della scena di Birmingham. Incentrata nel distretto di Digbeth, la presunta scena “B-Town” ha iniziato a far parlare di se grazie al buon successo di critica dei lavori a firma Swim Deep e Peace, accolti quasi unanimemente come “new sensations” del pop britannico. Una sensibilità inedita, la loro, che riscopriva il baggy di Charlatans e Inspiral Carpets piegandolo però -pur con approcci molto differenti- ai linguaggi contemporanei. Nessuna vera e propria convergenza stilistica quindi (basti pensare a realtà diversissime tra loro come Troumaca, Superfood e Wolf Alice), più facile invece parlare di un'attitudine condivisa in un'area che si estende da Manchester (Egyptian Hip Hop, Money) a Londra (Splashh, Childhood), passando per Oxford (Foals) e Reading (Tripwires). Quindi: un po' di shoegaze, un po' di britpop, qualche torpore danzereccio (Friendly Fires su tutti) e il gioco è fatto.

L'esordio dei JAWS, nati nel 2012 e impegnati per tutto il 2013 in una sempre più intensa e fortunata attività live, si attiene precisamente a questa tavolozza cromatica, mischiando per bene le tonalità e la grana delle pennellate. Be Slowly rappresenta quindi l'ennesima conferma della validità dei nomi del nuovo brit-rock, giustamente coccolati dalle rispettive località di riferimento.

Time” parte in quarta, sfoggiando un irresistibile commistione di shoegaze (le parti di chitarra che si sviluppano in un fitto interplay), torpori dance dal gusto tropicale (a ricordare i Friendly Fires di Pala o le atmosfere degli Egyptian Hip Hop) e finanche infiltrazioni di synth industriali (i Depeche Mode di Some Great Reward). La stessa formula si ripete nell'indie-pop danzereccio della successiva “Cameron”, immersa nei riverberi dreamy delle chitarre, mentre la splendida “Gold” se la gioca con uno shoegaze tiratissimo, tutto giocato su una costruzione melodica impeccabile, un continuo e coinvolgente saliscendi sostenuto a dovere da un drumming che, qui, fa meraviglie. I nostri sanno scrivere canzoni di tutto rispetto: questo è il punto. Si prenda “Swim”, pezzo pop da novanta irradiato da un arpeggio circolare di synth e dal motivo zuccheroso di chitarra solista, o l'irresistibile “Be Slowly”, capace di unire i Chapterhouse all'estetica “surfedelica” dei Beach Fossils (presentissimi anche in “Sunset State”), unendo così due epoche e due sponde dell'oceano in una botta sola. Non una sbavatura. Le gemme sono ancora molte: dai fraseggi chitarristici funky e le scenografie di tastiere sfumate dell'esotica “Think Too Much, Feel Too Little”, al magniloquente commiato di “Nye”, passando per la neo-psichedelia densissima di “Filth”.

Scena o non scena, con questo Be Slowly si aggiunge un altro tassello fondamentale per gli sviluppi del moderno pop d'Albione: un calderone di potenziali combinazioni che sembra non esaurirsi mai, generando di volta in volta ulteriori stimoli sonori. I JAWS ci regalano un esordio davvero strepitoso. 

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Voto degli utenti: 7,3/10 in media su 5 voti.
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C Commenti

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hiperwlt (ha votato 7 questo disco) alle 18:18 del 22 ottobre 2014 ha scritto:

Proprio vero: i pezzi ci sono tutti, e anche di ottima fattura (penso, tra gli altri, a "Time", "Swim", "Sorround You", "Be Slowly"). Colpisce anche il modo in cui, muovendosi da un'ispirazione sostanzialmente wave, riescano a giostrarsi egregiamente tra shoegaze, art pop, Cure, indie rock diretto. Ascolto spedito, quindi: non meno di sette e mezzo. Ma ripasserò: intanto, davvero complimenti per l'acuta recensione, Matteo

Jacopo Santoro (ha votato 7 questo disco) alle 21:52 del 25 gennaio 2016 ha scritto:

"Be Slowly" mette di buon umore come poco altro: e rappresenta i vent'anni, i vent'anni andati, visti da un caleidoscopio zeppo di colori.

Bel dischetto, anyways.