V Video

R Recensione

7/10

Kasabian

Velociraptor!

Let's Roll Just Like We Used To. Tutto inizia così.

Epica, barocca e magniloquente quanto basta. Quanto serve. Tra atmosfere eteree e cinematografici squilli, l’opener del nuovo Kasabian si srotola come il miglior tappeto rosso pensabile. L’incedere rollingstoniano e la melodia trascinante ne fanno una sorta di Paint in black dei giorni nostri, quarant’anni dopo. Mica poco.

Dopo il controverso West Ryder Pauper Lunatic Asylun, torna la band dell’imperscrutabile Sergio Pizzorno, talentoso (e borioso quanto basta, o quanto serve) leader maximo dei cinque di Leicester e dintorni.  Figli di un Albione musicale oggi più che mai dedita a ripercorrere il passato o improvvisarsi maestra di stili non propri, i Kasabian pubblicano il loro quarto album al culmine della propria potenza creativa, regalando un lavoro finalmente maturo e completo, in un marasma di uscite indie assai fiacche e trascurabili (dagli Arctic Monkeys ai Kaiser Chiefs, ah quante delusioni!). Da sempre corteggiatissimi dal mondo videoludico e cinematografico, per quello stile insieme diretto e sofisticato, danzante ma virile, elegante ma rude. Come quelle camicie a quadri indossate da biondi omoni barbuti ma serafici, nelle pubblicità delle riviste patinate. Dopo tre album di valore si, ma dalla colpevole incompiutezza (tre-quattro ottime canzoni e molti riempitivi), il pokerissimo britannico sembra oggi giunto alla piena maturità, con la pubblicazione di Velociraptor!, disco dall’improbabile titolo (Jurassic Park and the Hollywood myth of what dinosaurs look like, they were nothing like that. They were smaller and they had feathers”, dice Pizzorno, mah), e sulla cui cover troneggia la primitiva effige scimmiesca di Mr.Pizzorno stesso. Uno che sa tradurre in musica melodie sinuose. Uno che disegna l’astratto concetto di musica dannatamente bene.

La duplice faccia dei Kasabian è peculiare tratto somatico del profilo del combo britannico, da sempre diviso tra classico rock settantiano ed elettronica ammiccante, frullati in un vorticoso viaggio “avantindietro” nel tempo, scarrozzati da una DeLorean rockeggiante. Esemplificativa di tale tendenza la doppietta LSF Club Foot, biforcuta punta di diamante dell’esordio dei Nostri. Tanto diverse quanto attigue. Una carriera continuata così, fino ad oggi, quando tale inclinazione si dilata e sublima in quest’ultima fatica. Gli estremi si espandono e il rock diventa ancora più classico, indietreggiando verso un sound ormai palesemente sixties, e l’elettronica deflagra, sempre più sguaiata e manifesta. Due aspetti che mantengono diligentemente (e innaturalmente) le distanze, non incrociandosi mai, come Rutger Hauer e Michelle Pfeiffer in Ladyhawke. Ma quali sono i veri Kasabian ? entrambi, ovvio. Perfetti Dott. Jekyll e Mr. Hyde. Oggi più che mai, esasperano la propria già caotica omogeneità stilistica, dividendosi tra electro rock ballabile d’autore e tipico rock britannico di un'epoca che fu, enfatico ed ampolloso, da perfetti paradigma del superclassico Stevensoniano. Strafottenti e pomposi, rifanno il passato senza quello stantio senso di citazionismo tanto inflazionato.

Dopo la meravigliosa opener descritta in apertura, è il momento dell’altrettanto efficace Days are Forgetten, gustoso singolo di lancio e tipica Kasabian song, potente e dal refrain accattivante. Si colgono ancora echi degli Stones nella successiva e morbida Goodbye Kiss e nel suo trascinante la-la-la. La Fée Verte, delicata e sognante, è cantata da Pizzorno stesso, ricordando tanto i fab four quanto il primo Bowie, e coinvolgendo emotivamente con il suo animo malinconico e (dis)incantato. Ma ecco mr. Hyde. La titletrack è una piacevole divagazione apparentemente slegata dal contesto precedentemente delineato. Esplosiva e pulsante, i Kasabian sembrano ricordarsi di essere proprio quelli di LSF, e la cosa non dispiace affatto. Il passaggio seguente è da brividi e, casualmente (?), vede ancora protagonista al microfono il chitarrista di origine genovese. Acid Turkish Bath è uno dei capolavori dell’album, con la sua onirica atmosfera orientaleggiante, impreziosita da violini cadenzati e da un ritornello trasognato. Un po’ Beatles in meditazione sul Bosforo. Torna Mr.Hyde nelle seguenti I Hear Voices e Re-wired, ancora vicine ai tempi del primissimo disco della band (parliamo ormai del 2004), con il loro ritmo scandito e la base elettronica palpitante a caratterizzarne il sensuale appeal. Il disco si conclude con la squilibrata Switchblade Smiles, e le meravigliose Neon Noon (ancora cantata da Pizzorno) e Man of Simple Pleasures, gioiellino stile Duca Bianco dal trainante incedere post western.

La carriera del gruppo inglese, i più british tra i british, vista da fuori appare oggi più completa e soddisfacente. Un po’ come guardare con soddisfazione il proprio guardaroba, e il suo raggiunto status di apprezzabile collezione di abiti-per-ogni-occasione, parafrasando l’Edward Norton di Fight Club. Passione e verve, con tanti orpelli. Buona musica guidata dalla sempre più sapiente ugola dell’altro big della band, quel Tom Meighan oggi più che mai tra i migliori interpreti indie in circolazione. “Il nuovo disco è molto influenzato dall’old school grunge. C’è anche molto dei Pink Floyd di Dark Side Of The Moon, dice Meighan. In realtà di tutto questo si sente un gran poco (echi pinkfloidiani nella sola Neon Noon), ma poco importa. Undici canzoni che superano l’asticella con margine, senza stravolgere la storia con finte rivoluzioni o utopistici tentativi di innovare. Una delle migliori uscite “di genere” della stagione. La critica inglese li ama, il pubblico britannico li adora (primi nelle charts in U.K.). Lasciate fare a quel diavolo di Pizzorno, stavolta ha davvero ragione lui.

V Voti

Voto degli utenti: 5,6/10 in media su 17 voti.
10
9,5
9
8,5
8
7,5
7
6,5
6
5,5
5
4,5
4
3,5
3
2,5
2
1,5
1
0,5
hiteck 9/10
rael 5/10
REBBY 5,5/10
NDP 0,5/10
mutter 6/10
byron 4/10

C Commenti

Ci sono 11 commenti. Partecipa anche tu alla discussione!
Effettua l'accesso o registrati per commentare.

crisas (ha votato 4 questo disco) alle 0:52 del 21 novembre 2011 ha scritto:

Noioso e piatto.

hiteck (ha votato 9 questo disco) alle 9:43 del 21 novembre 2011 ha scritto:

più l'ascolto e più mi piace!

All'inizio parte piano ma alla fine si sviluppa un buon contesto tutto sommato più che soddisfacente.

Musicalmente parlando ha delle buone strutture.

Li ho visti suonare dal vivo, specialmente il live nell’aereo... "mecojon"...

bill_carson (ha votato 5 questo disco) alle 16:37 del 21 novembre 2011 ha scritto:

stomachevole, alla lunga.

troppa roba dentro sto disco. come un panino ultrafarcito che ti fa tanta gola. lo mangi una volta e ti piace, ma non potresti tollerarlo tutti i giorni. ecco, questo è Velociraptor.

Wrinzo alle 21:48 del 21 novembre 2011 ha scritto:

Ma... tipo... Il Brit Pop ha stufato.

TheManMachine (ha votato 4 questo disco) alle 22:47 del 21 novembre 2011 ha scritto:

Derivativi, al limite dello scimmiottamento. In Days are Forgotten per esempio sembrano fare il verso ai Duran Duran, persino nel video. Dopodiché mi è passata la voglia di ascoltare il disco. Con uno sforzo sono comunque arrivato alla fine. Non credo che vorrò riascoltarlo. Superflui.

rdegioann452 (ha votato 8 questo disco) alle 15:16 del 22 novembre 2011 ha scritto:

grande disco. punto.

rdegioann452 (ha votato 8 questo disco) alle 15:17 del 22 novembre 2011 ha scritto:

... da otto e mezzo.

swansong (ha votato 6 questo disco) alle 9:56 del 23 novembre 2011 ha scritto:

Non male...sebbene, in territori simili, mi gustano molto di più (perchè più sofisticati e talentuosi) i grandi Archive. L'ultimo "Controlling Crowds", ormai di un paio d'anni fa, è splendido. Peccato che non se li fili nessuno, quando invece questi, più ruffiani, sono sulla bocca di tutto. Vabbè, comunque c'è di moooolto peggio in in terra albionica ultimamente. (Chi ha detto Coldplay?_Il successo spesso è inversamente proporzionale al talento..peccato!)

rdegioann452 (ha votato 8 questo disco) alle 20:01 del 23 novembre 2011 ha scritto:

gli archive piacciono anche a me, ma fanno un altro genere

rael (ha votato 5 questo disco) alle 11:08 del 25 novembre 2011 ha scritto:

Più zoticoni degli U2 (in alcuni frangenti rubano a piene mani da the edge versione anni 00), se fossero usciti nell'era d'oro del brit pop sarebbero stati gli ultimi o penultimi!

REBBY (ha votato 5,5 questo disco) alle 9:13 del 29 novembre 2011 ha scritto:

IMHO, nel complesso, il controverso West ryder pauper lunatic asylum (6+) è meglio di questo, che mi pare fiacco e trascurabile. Qui al massimo io ci posso cavare un 45 post-beat accompagnato dall'orchestra dei Sanremo (Fab's copyright): Let's roll just like we used to/Goodbye kiss.