Little Wings
Light Green Leaves
Di loro si sa poco e niente (soprattutto in Italia) eppure i Little Wings, in pista dal 2000 e con cinque dischi alle spalle, hanno tutti i numeri dei fenomeni, di quelli che con una chitarra acustica, un paio di coretti e una semplice melodia ti tirano fuori il capolavoro. Sebbene la band sia composta formalmente anche da Rob Kieswetter, Mark Leece e Adam Selzer, i Little Wings sono soprattutto Kyle Field, deus ex machina del progetto e talento freak tutto genio e indolenza.
A vederlo infatti Mr Field sembra proprio il classico nordamericano barbuto di cui l'indie-rock ultimamente e fortunatamente abbonda, vedi Bon Iver, Fleet Foxes, Band of Horses ecc.. E le somiglianze con i gruppi sopraccitati non si limitano solo al look, infatti questo Light Green Leaves (loro master) per molti versi può essere etichettato come alt-folk o indie-rock anche se la creature di Field risulta più ostica e complessa delle band citate poco fa (ad eccezione dell'inarrivabile Bon Iver).
Infatti ascoltando le dodici tracce del disco, le somiglianze sono varie e spesso distanti tra loro, senza soffermarsi troppo sul nome di Neil Young che a ragione Dave Grohl ha definito il "Papa del rock", i riferimenti presenti in Light Green Leaves vanno dal folk-soul stile Finley Quaye di "Look At What The Light Did Now" al soft-pop di "Fall Floor", dove i Belle And Sebastian sono più che presenti.
Marchio di fabbrica della band sono però la traccia d'apertura "Boom", "III", "Uh oh" e "What wonder", dove il LoFi imperante ed il particolare uso di controcanto e coretti al limite dello stonato fanno pensare ai Moldy Peaches, ma con un pizzico di follia degna del Syd Barrett più mite.
A dispetto della moltitudine di influenze presenti, Light Green Leaves risulta comunque compatto ed omogeneo cosìcchè nel disco non stonano neanche i due pezzi strumentali, "Sandbar" e "Fall sweep", dove improvvisamente ci sembra di scorgere un particolare gusto per la melodia zuccherina propria anche di quello strano tizio che risponde al nome di Damon Gough. Inizialmente ho parlato di capolavoro ed infatti eccolo puntuale come penultima traccia: "The way i deux" parte lenta ed indolente come le altre tracce ma dopo ben poco si apre improvvisamente mostrando che per l'occasione Kyle Field si è voluto mettere in gioco sul serio.
Scompaiono ironia e pigrizia mentre la voce si rompe e si ricompone mostrandoci finalmente la vera anima di Kyle, stavolta ci sembra di riconoscere in questa ballata sentita e tirata la presenza di un altro genio prossimo alla sbocciatura, Mr Matthew Houck.
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