Long Blondes
Couples
Delle volte all’ascoltatore di musica medio che va a lavorare alle otto di mattina e pranza con buoni pasto da cinque euro e trentanove al bar dalla Germana dove fanno delle ottime ciabatte con la porchetta risulta sinceramente arduo capire perché una band pubblica un disco, mentre l’onestissimo gruppo di suo cugino, dopo aver suonato al pub di Cendon, non riesce neanche a farsi pagare la cena perché il gestore leghista ha il braccino corto e diffida della gente con i capelli lunghi.
Il problema che si pone dopo il primo ascolto del secondo disco dei Long Blondes è cercare di capire il perché della sua pubblicazione. Il problema che si pone dopo il secondo ascolto è cercare di capire la natura del proprio cieco masochismo. Come quel mio amico che si fece ridare una ginocchiata sui lombi per vedere se faceva male come la prima.
Niente, ma proprio niente, salva "Couples". Il quintetto di Sheffield, che aveva esordito due anni fa all’ombra dei concittadini Pulp, producendo un disco piacevole e qualche singolo degno di nota, prova a variare la formula indie-rock con venature disco, sterzando dai toni retrò del passato verso percorsi più complessi, tra potenziamenti elettronici e sfumature da spy-story (alla Sons & Daughters). Si sentono, in particolare, residui di ambizioni artistiche più alte rispetto al passato schiettamente melodico: molti pezzi, allora, hanno strascichi strumentali, rinunciano ai ritornelli facili, si complicano di variazioni inattese, provano strade dissonanti.
L’effetto è deleterio, perché scrivere gradevoli e cantabili momenti tra pop e rock, tra una Blondie mixata dai Kaiser Chiefs e le Elastica, era la cosa che ai Long Blondes riusciva meglio. Così, invece, domina la noia. Durante i rumori thrilling di "Round The Hairpin" l’unica cosa che fa davvero paura è che non funzioni il tasto del fast forward. "Century", il singolo, è una scialba ripresa di qualche esperienza degli anni novanta tra indie ed elettronica (i Black Box Recorder, ad esempio, che a suo tempo si salvavano attraverso un uso acuto ed ironico della scrittura, qui assente). L’alternativa è un disco-punk senza nerbo ("I Liked The Boys", "Erin O’Connor"), una formula finto-aggressiva che al massimo può ricordare le Shampoo di "Trouble". Il che, per essere chiari, non è cosa da considerarsi meritoria.
Che brutta fine, Kate Jackson: tra questi soprammobili ha un’aria sguaiata, si sbrodola addosso il rossetto eccessivo, si ritrova spesso a dover parlottare, perché i riff sono talmente poveri che isteriliscono ogni tentativo di ravvivare l’aria. Si salva appena in tre momenti: sopra l’andamento funky di "Guilt", nell’elegante esperimento (tutto in falsetto) di "Too Clever By Half" e nel finale pulpiano di "I’m Going To Hell". E sono momenti che non aiutano il disco ad uscire da una mediocrità a tratti disarmante.
Aspettiamo di meglio, dai Long Blondes, compreso un bagno di umiltà, perché l’unica coppia che si desidera dopo un simile ascolto è quella formata dalle due canne della doppietta.
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Warpaint The Fool
Five O'Clock Heroes Bend to the Breaks
Miami Horror Illumination
Dawn Landes Fireproof
The Dears No Cities Left
Wild Nothing Gemini
Dr. Dog Shame, Shame
Jenny Wilson Hardships!
Bat For Lashes Two Suns
Radar Brothers The Illustrated Garden
Blondes Blondes
The Wombats Proudly Present A Guide To Love Loss And Desperation
Long Distance Calling Long Distance Calling
Sons and Daughters This Gift
Long Distance Calling The Flood Inside
Long Distance Calling Avoid The Light
The Fresh & Onlys Long Slow Dance
Andy Stott Luxury Problems
A$AP Rocky Long Live A$AP
Pulp His 'n' Hers
Teen Daze The Inner Mansions
Fort Romeau Kingdoms
The 1990s Cookies
The Ripps Long Live The Ripps
Coyote Clean Up Frozen Solid
Daughters Daughters
John Talabot in
Xabier Iriondo Irrintzi
The_Boy_Racer
arianna (voto invalidato)
REBBY