R Recensione

7,5/10

Mirah and Spectratone International

Share This Place

Raramente capita di venire a contatto con album così slegati da mode, correnti, movimenti e attitudini, ad album che siano semplicemente espressione di arte pura, di musica totale, senza particolari implicazioni di genere.

Quest'anno, per esempio, è successo con Devendra Banhart, ma non con gli stessi risultati ottenuti da questo splendido Share This Place di Mirah and Spectratone International.

Si tratta di dodici brani raffinatissimi capaci di spaziare abilmente tra svariati generi come il jazz, lo swing, il pop, la world music, il folk, il rock e perfino il valzer; dodici pezzi di rara competenza strumentale e di eccezionale sensibilità melodica, di cesellato formalismo e nello stesso tempo di spontanea espressività, di arte colta e contemporaneamente popolare. Il tutto unito dal concept sulla vita degli insetti…Si, ognuno dei dodici brani ha come filo conduttore proprio la vita vista dal punto di vista di un insetto, uno diverso per canzone...!

Insomma un lavoro fin dal principio curioso e da non perdere.

Per quanto riguarda Mirah, si tratta di un’artista che vanta ormai una lunga carriera fatta di lavori che vanno dal lo-fi al folk e di collaborazioni illustri (ad esempio con i Microphones, quelli di Mount Eeerie), esperienze oramai giunte ad una completa maturazione.

Community apre l’album rivelandocene subito la grana preziosa.

Un chitarrismo vagamente jazzistico, essenziale e spigoloso, introduce il brano per rimanerne ancorato e venire ammorbidito da uno sviluppo affidato ad un melodismo alla Cat Power, cui contribuisce la voce ammaliante di Mirah. Il tutto è destinato ad un crescendo melodico in cui la chitarra si trasforma quasi in uno strumento percussivo e la voce si fa intensa e drammatica.

La seguente Gestation of The Sacred Beetle è un valzer di fisarmoniche e violini dominato da una maestria strumentale notevole, esplicitata dai virtuosismi delle corde, nuovamente a metà strada tra sonorità jazz e trame orientaleggianti. La ritmica, come in tutto l’album, è scarna e scheletrica, qui affidata all’essenzialità dei sonagli, che conferiscono una connotazione etnica al pezzo.

Intanto la voce recita una filastrocca cadenzata e briosa, che con la sua irresistibile dote ammaliatrice costruisce atmosfere sempre cariche di malinconia.

Following The Sun suona molto più etnica, grazie ad un uso pregnante di percussioni tribali, e molto più trascinata, per le sonorità suadenti e molli di un violino lamentoso e di una fisarmonica pigra. La voce è sempre più matura e capacissima di adattarsi all’atmosfera creata dagli strumenti.

My Prize, ballata per violoncello, chitarre acustiche pizzicate e fisarmonica, si fa testimone di un folk-jazz colorito e sbarazzino. Ogni elemento trova il suo spazio grazie a veloci ma esaustivi assoli e fugaci virtuosismi sul tema, visti di buon occhio in questo album segnato da una incantevole raffinatezza formale.

Supper è un valzer alla Tiersen, come al solito ornato da una sapiente tecnica chitarristica e da una sensibilità melodica notevole e mai banale, il tutto per un brano ipnotico e caloroso, accarezzato da un violino sognante che ne aumenta la sensualità.

Con Song Of Psyche arriviamo al primo vero apice del disco.

Tutti gli elementi fin qui ascoltati si concentrano e si fondono per dar vita ad un vorticoso e variegato melodismo che in un crescendo altalenante si fa solenne ma anche pagano, ora serio e marziale ora passionale e romantico.

È una litania graziosa e sensuale di eccelsa capacità strumentale.

L’approccio è simile a quello di Astral Weeks di Van Morrison, solo molto meno aulico e ricercato e più terra terra e diretto.

Con lo Swing morbido e soffice di Luminescence si rinizia da capo, quasi come se il disco fosse diviso in due parti: il contrabbasso e i delicati arpeggi dominano il pezzo, riportandoci all’essenzialità di Community. Fa la differenza un netto mutamento di umore a metà traccia, dove un aumento della velocità a cui viene aggiunta una ritmica spolpata fino all’osso conferiscono maggiore aggressività al molle abbandono iniziale, per un exploit davvero coinvolgente.

Al freddo intimismo scarno di Emergence of the Primary Larva, e ai suoi toni da inno pagano, segue My Lord Who Hums, pezzo decisamente più rock (il più rock di tutto l’album), preannunciato da un violoncello aggressivo e sconclusionato e dal predominio degli accordi rispetto agli arpeggi, i quali compaiono, ma velocizzati e spagnoleggianti.

Pezzo frenetico ed instabile, su cui si inserisce un motivo circolare di fisarmonica, che da il via ad una serie di ripetizioni variate e arricchite dello stesso tema.

Si ritorna al valzer tzigano ma raffinato con Ecdysis, dalla drammaticità sostenuta ma levigata dalla leggerezza sbarazzina degli strumenti.

Segue il motivo arabeggiante ed intricato di Love Song Of The Fly, lasciato libero di svilupparsi in un gioco delicato e trasognante di raffinatezza espressiva, per l’ennesimo crescendo drammatico efficace ed intenso.

Chiudiamo con la filastrocca liberatoria di Credo Ciglia, puerile ma non disposta a rilassarsi per quanto riguarda il lato strumentale: i musicisti sono infatti costantemente messi alla prova ed impegnati in una grande varietà stilistica.

Prezioso, raffinato, ornamentale, intenso, delicato, incantevole.

Così si presenta questa Lisa Germano più femminile e più figlia dei fiori (e con qualche trauma in meno).

Ascoltatelo.

Non ve ne pentirete.

V Voti

Voto degli utenti: 6,6/10 in media su 5 voti.
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REBBY 6/10

C Commenti

Ci sono 2 commenti. Partecipa anche tu alla discussione!
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Dr.Paul (ha votato 6 questo disco) alle 17:05 del 18 novembre 2007 ha scritto:

oddio slegato da mode non tanto, sicuramente un lavoro non inquadrabile questo si, suonato molto bene sicuramente, ed a questo proprosito faccio una domanda agli esperti, chi si cela dietro mirah? fa tutto lei o si affida a qualcuno per arrangiamenti, scrittura di partiture ecc?

a me l'album cmq nn è piaciuto, mi da del polpettone alla "famolo strano" cosi siamo "in", ma probabilmente sono io che nn sono abilitato a capirla...

simone coacci (ha votato 7 questo disco) alle 17:44 del 22 novembre 2007 ha scritto:

Un po' devo convenire con il Doc qua sotto. Dentro c'è un po' di tutto, dal cabaret-folk da camera all'europea (weill e discendenti) tradotto nella lezione peripatetica di Tom Waits, allo straniamento melodico di Lisa (Germano), ma privo del suo doloroso sottofondo mistico e psicanalitico, più intonato anzi ad uno humor capriccioso e sbarazzino. Il talento c'è, lo stile anche, quello che manca è il doppio passo, la finta che stende, senza la quale, in sostanza, il tutto rischia ad assomigliare ad una partita giocata benissimo ma senza reti. Le partiture sono dense e i pezzi alla lunga stancano. Però il futuro lascia intravedere qualcosa di buono.

P.S: Investigherò personalmente su Mirah, la tariffa è di 100 euro al giorno, extra compresi. Chi mi assume?