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R Recensione

7/10

Mothers

When You Walk A Long Distance You Are Tired

Potremmo anche confonderla con una Angel Olsen in fase “weird”, la musicista dietro a “Too Small for Eyes”. Eppure no, lei si chiama Kristine Leschper, in arte Mothers, e il brano -lo si capisce proseguendo con l’ascolto- non è weird per niente. Seppur in quiete, il brano sfoggia una sorprendente grazia nel manipolare arditi linguaggi chamber che, senza mai abbandonare toni sommessi, di grana lo-fi, creano un’originale sincrasia tra preziosismi classici (le partiture d’archi, le frasi di pianoforte) e sintassi libere, incespicanti, frivole (l’arpeggio stridulo, la vocalità leggermente incrinata, roca).

Il fatto, poi, che lo stesso approccio si divida tra folk “strano” e graffiante indie-rock, rappresenta un ulteriore motivo per interessarsi ad una band capace di imporre un proprio metro a composizioni stilisticamente divergenti, accomunandone però intenti e spiriti: si procede, quindi, lungo una scaletta variegata, tra una “It Hurts Until It Doesn’t” (altro lapalissiana dichiarazione, dopo quella che da’ il titolo all’album), indie pop solare, storto surf pop dalle zigzaganti parti di chitarra elettrica che creano un alveo per la modicamente sguaiata Leschper, alla cui malinconia imperante si sacrifica la coda del brano, e una “Nesting Behavior”, lenta litania a base di arpeggi di chitarra e linee struggenti di violino.

Rock d’autore ma sbilenco (o math, anche), plastico e stralunato, colmo di reminescenze nineties, sporcature garage (“Copper Mines”, “Lockjaw”) e svisate ambientali dal grande potere visuale: qui la Leschper lavora in profondità, rimuginando negli addensamenti e nelle estensioni di poche iniziali idee (la stupenda nenia di “Blood-Letting”, la scura “Burden of Proof”, punto d’incontro tra dilungamenti “post”, coloriture da camera, profumi a metà tra Tinderstick e Dirty Three). La sintesi sta nella visione d’insieme, nel metodo compositivo, nell’arrangiamento non schematico, in qualche modo “free”, dotato di ampio respiro. La sintesi di tutto ciò, quindi, sta in una magica ed equilibratissima “Hold Your Own Hand”, vero e proprio gioiellino mozzafiato (una ninna nanna chiaroscurale che germoglia in serpentine di accordi di chitarra, in frementi ritmiche jazzate, in trame che mi ricordano, tra le altre cose, le raffinatezze compositive degli American Football) che è forse quanto di meglio sfornato dal genere (quale genere, precisamente?) negli ultimi anni.

Un album, questo “When You Walk a Long Distance You Are Tired”, da ascoltare -se possibile- con attenzione: i brani non sono quasi mai come appaiono, rivelando pieghe e anfratti nascosti, dispensando, lungo gli ascolti, numerosi nuovi spunti. Una sorpresa caldamente consigliata.

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Voto degli utenti: 7,5/10 in media su 1 voto.
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zebra 7,5/10

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