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R Recensione

7/10

My Best Fiend

In Ghostlike Fading

 

I My Best Fiend non rappresentano soltanto l'ennesimo investimento Warp in campi estranei alla tradizionale proposta elettronica dell'etichetta di Sheffield, le cui oculate aperture per differenziare il portafoglio sono spesso state capaci di dimostrarsi attente (si vedano i casi di Grizzly Bear e Gravenhurst). A riprova di ciò la band di Brooklyn capitanata da Fred Coldwell si rivela valida, andando a pescare a piene mani -e non senza una personale elaborazione- negli anni Novanta del brit-pop (casa Verve), della psichedelia (marca Spiritualized), delle gonfie sonorità shoegaze che contraddistinguono i suoni di In Ghostlike Fading regalando ampie vedute e inserendosi in un contesto particolarmente benevolo per il genere.

 

Le promesse della prima Higher Palms ricalcano gli ingredienti appena elencati, creando un brano chitarristico dilatato volto ad un'ascesa costante, ad una cura del sound sopraffina, capace di valorizzare le fughe psych con preziosismi compositivi (si prenda ad esempio l'uso del Rhodes), e imprimendo una forte caratterizzazione con la coda infuocata del finale. Le prove di buona scrittura non terminano qui. Su queste stesse impostazioni si edificano le strutture di gran parte dei brani dell'album, tra cui la pinkfloydiana O.D.V.I.P., con le sue successioni di rallentamenti espansi che si raggrumano in un refrain densissimo e catartico, o la splendida ballata di One Velvet Day, trasudante brit-pop da tutti i pori (e stiamo parlando di una band di Brooklyn), colma di un sentimentalismo pregnante tutto raccolto nell'anthem del ritornello. Funzionano bene anche i brani più sommessi come la title-track, ballata psichedelica tutta riverberi, o l'elegia acustica di Jesus Christ.

 

Certo la formula, così convincente nel side one, perde mordente man mano che le ripetizioni si avvicendano impoverendo la resa complessiva. Rimangono comunque ad illuminare il lavoro della band una serie di prove pop degne di nota, meritevoli di una scrittura matura e di arrangiamenti di buon gusto, sebbene forse prevalga ancora un eccessivo attaccamento ai modelli del passato. Poco male: gli allievi hanno bisogno di buoni maestri. La sfida è quella di superarli.

 

V Voti

Voto degli utenti: 7,7/10 in media su 3 voti.
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C Commenti

Ci sono 2 commenti. Partecipa anche tu alla discussione!
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bill_carson (ha votato 7 questo disco) alle 20:31 del 28 marzo 2012 ha scritto:

sisi, esordio interessante

bravi. anche se un tantino ripetitivi

REBBY alle 8:56 del 7 maggio 2013 ha scritto:

Diciamo la verità, su Jesus Christ oddio gesù..., Cracking eggs spacca un pochino i maroni e I'm not going anywhere (comunque la mia preferita tra le tre) non va da nessuna parte eheh. Però con gli altri 6 brani viene fuori un buon disco e con la giusta durata.

E d'altra parte, questo lo si potrebbe dire per molti album contemporanei. Essendo il compact disc capiente quasi il doppio rispetto al vinile, spesso, forse per eccessiva generosità, ma anche per scarso spirito autocritico ghgh, le opere dell'epoca del CD sono troppo piene di brani. Non sarebbe stato facile neanche per i nostri eroi degli anni 60/70/80 realizzare ogni volta degli album doppi con brani dello stesso valore (e le uscite postume piene di bonus track secondo me spesso non all'altezza della scaletta originale, sono li a dimostrarlo).

Per fortuna il vinile sta tornando eheh e, almeno sotto questo aspetto, rimetterà le cose a posto ghghgh (vabbè esageriamo eh).

Tornando al disco in questione oltre ai riferimenti citati dal Cas io ci sento i Pink Floyd (epoca Wish you were here), gli Smashing Pumpkins (epoca Adore) e persino Neil Young (epoca Harvest), un bel mix dai.