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R Recensione

7/10

Nick Cave and the Bad Seeds

Dig, Lazarus, Dig !!!

Deve fare uno strano effetto riconoscere se stesso come unico termine di paragone. Accorgersi di essere sopravissuto a tutti: mentori, sodali e detrattori compresi. Essere inseguiti ovunque dall’ombra torreggiante del proprio passato turpe e glorioso. “It’s better reign in hell / then to serve in heaven”, così si epitomizza la sua condizione nel prediletto Milton. Lui, invece, più distaccato, rovescia il paragone nella conclusiva More news to nowhere, chiosando da par suo: “everything you do today / tomorrow will obsolete”. Lui, ad essere considerato un “classico”, ci si è abituato o, forse, rassegnato (“Se andate affanculo dite che vi c’ha mandato un classico!”, esplose Carmelo Bene in quell’ormai epica puntata del Costanzo Show), al punto da giocarsi sempre più spesso la carta di quell’(auto)ironia che spunta con la stessa frequenza dei suoi baffi.

Come il personaggio chiave del suo disco “Lazzaro/Houdini” (non a caso ribattezzato “Larry”), Nick è sfuggito al suo sepolcro di ombre, bende e catene ed ora ce lo ritroviamo sordidamente a proprio agio nell’America degli anni ’70. Quella del pre-punk e del funky, di "Gola

Profonda" e della blackexploitation, del Watergate e dei Weathermen, di Patricia Hearst e dell’Esercito di liberazione Symbionese. Quella di “American Gangster”, di “Zodiac” o di “Summer of Sam”. Quella che ormai va tanto di moda fra gli stilisti quanto fra i politologi. Un decennio che in realtà è durato solo cinque, sei anni, fino all’avvento del punk. Come se, simile ad un cane bagnato, una volta guadata l’ansa terminale del suo manierismo musico-letterario (Abbatoir blues / The lyre of Orpheus), si sia scrollato la noia di dosso una volta per tutte.

Dalla ringiovanente, frenetica prurigine dei Grinderman, a quanto pare, sono germogliati i nuovi “semi” (auspice gli ubiqui Ellis e Sclavunos) e l’anthemica Dig, Lazarus, Dig!!! lo fa intuire chiaramente: riffaccio college-rock fra Kingsmen e Troggs e rappin’ blues scanzonato, citazioni dai testi sacri e un umorismo acre e sardonico degno di Cormac Mc Carthy (che questo “non è un paese per vecchi”, d’altronde, Nick lo sapeva da tempo). Poi ancora digressioni nel parco a tema settantesco con lo Stax sound di “Today’s lesson” (un groove decorato di wah e feedback che sembrano mosche scintillanti e avvolto in un “boa” di Hammond) e quello della Motown in Moonland (uno shuffle che si rosola al vento che spira dal deserto di Santa Ana). La prima, inoltre, con la sua eroina agonizzante, violata dall’incontenibile, ossessivo, onnivoro desiderio sessuale della nostra epoca, sembrerebbe quasi un omaggio alla “The bride stripped bare by her bachelors” di Marcel Duchamp.

Il fantasma di Blixa Bargeld aleggia ancora sull’oscura The night of the lotus eaters, minimalismo gotico-industriale screziato di tarsi sonici e deliquio solenne/atonale che piove sul mantra ritmico. La novelty spensierata e tentatrice torna a fare capolino in Albert goes West, invece, misto di proto-punk e hard-soul che inanella i coretti forse più orecchiabili nella carriera Seeds e divertite considerazioni su uno dei suoi temi preferiti, la predestinazione: “ The world is full of endeless abstractions / i won’t be held responsible for my actions”. Coretti soul che persistono anche su We call upon the author, incastonandosi fra il funk della sezione ritmica e gli “ostinato” concreti di Ellis (qui responsabile di viola, loop, e drum machine). Persino il testo, fluviale come ai tempi belli, ironizza sulla sua indelebile immagine di verboso bardo dell’Apocalisse: “Prolisso, prolisso! / Un paio di forbici è quello che ti ci vuole!”.

Hold on to yourself è puro minimalismo country & western che la viola di Ellis sembra voler ricondurre alle atmosfere liquide dei Dirty 3 o alla colonna sonora di “The assassination of Jesse James”.  Lie down here (and be my girl) è un indie rock novantesco trascinato dalla sua solita interpretazione febbrile e singhiozzante e aggraziato dalle figure di piano e dai puntuali call and response. Jesus on the moon concilia l’ascendente “Waitsiano”con i poliritmi dei Dirty 3 e un flauto traverso (di Ellis, tanto per cambiare) che sa molto di prog (siamo pur sempre negli anni ’70, o ve n’eravate già dimenticati?). Midnight man è probabilmente il pezzo più riuscito, quello che media con maggior successo fra le suggestioni contrastanti che idratano l’album (tragedia/parodia, anni ’70/era del post, soul/noise), un motivo d’organo degno dei Doors, i cigolii “Velvettiani” della viola di Ellis e i contrappunti del sequencer. More neews to nowhere, disco-funk omerico per handclappin’ e chitarra punk con la sordina, è un affresco “odisseico” che abbonda di citazioni (le profanità dell’”Ulisse” di Joyce, ma anche il più circoscritto universo narrativo “caveiano”: di fatti ad “Elena” (di Troia?) capita perfino di incontrare “Deanna”) e descrive bene la serena e ridanciana ispirazione che sottende questo momento della sua carriera (e della sua vita).

Consapevole che, in musica come a letto, valgono pur sempre le regole auree tramandateci da G.B. Shaw: “Primo: falla ridere. Secondo: non farla ridere troppo”.

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Voto degli utenti: 7,4/10 in media su 16 voti.

C Commenti

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loson alle 13:42 del 25 marzo 2008 ha scritto:

Il disco devo ancora ascoltarlo, anche se non mi aspetto 'sto granchè (avevo comunque gradito il progetto Grinderman, davvero "rinvigorente"). La rcecensione però resta impeccabile e l'ultima frase addirittura impagabile. Complimenti, carissimo.

Peasyfloyd (ha votato 7 questo disco) alle 13:53 del 26 marzo 2008 ha scritto:

niente male anche quest'ultimo disco di Cave, mi sembra leggermente superiore anche al progetto Grinderman che avevo avuto il piacere di apprezzare. qui siamo su ottimi livelli, direi 7,5

Lezabeth Scott (ha votato 8 questo disco) alle 16:35 del 27 marzo 2008 ha scritto:

La cura ricostituente ha funzionato. Nick è di nuovo in forma. Ellis è l'ideale yin per il suo tempestoso Yang. Questo è disco che smuove sinapsi e culetti all'unisono. Recensione avvincente, bella quasi quanto il disco. Grande Simi!

REBBY (ha votato 8 questo disco) alle 16:45 del 15 aprile 2008 ha scritto:

Sposo Lezabeth (se non lo è già) e aggiungo solo

che questi primi 100 giorni fanno pensare che questo possa essere l'anno dei grandi vecchi

(Cave, Lannegan, Dulli, REM e Magnetic fields

per il momento).

Neu! (ha votato 5 questo disco) alle 15:10 del 29 agosto 2008 ha scritto:

meglio Grinderman

bargeld (ha votato 7 questo disco) alle 13:00 del 2 aprile 2009 ha scritto:

meglio grinderman anche per me. non disdegno tuttavia...