R Recensione

7,5/10

Palma Violets

Danger in the Club

I Palma Violets di “180” (Rough Trade, 2013) sono stati un piccolo caso: acclamati quasi ovunque come “next big thing” del rock inglese, campioni di vendite (nel marzo 2013, appena dopo l'uscita del loro esordio) nei negozi indie britannici secondo l'Official Record Store Chart, imbarcati in un tour intensivo, i quattro londinesi si sono però trovati ad affrontare una scoraggiante fase di stasi creativa.

Il nuovo “Danger in the Club” è però segno di una ripresa repentina, di una ritrovata energia compositiva. Col supporto in studio di John Leckie (anche se “there’s no producer in the world who could ever make us sound professional”), i Palma Violets calcano i passi su un sound irrobustito e compatto, per un pub-rock sguaiato e corale, memore tanto del garage di marca Libertines quanto delle scorribande degli Stranglers.

Il pub (più che il club del titolo) è in questo caso il simbolo di un ambiguo e controverso senso d'appartenenza alla madre patria, per un'inglesità goliardica e irriverente, che sembra trasudare dai solchi dell'album, inserendosi in un filone pop teso tra la trasognatezza dei Kinks e il cinismo dei Pulp. Tutto qui è pervaso da un'euforia alcolica e tronfia, sebbene in ogni pezzo convivano più anime, in un continuo sussulto stilistico tra brani lanciati a razzo e altri più espansi e riflessivi. Il mood complessivo è però solido, coerente.

Si parte alla grande con la fragorosa “Hollywood (I Got It)”, boogie chitarristico che si sollazza tra bruschi stacchi melodici (i bridge come micro-intermezzi, il ritornello enfatico e anthemico), continuando con la stilettata surf-punk di “Girl, You Couldn't Do Much Better on the Beach”, per arrivare al torbido attacco di “Danger in the Club”, sinuoso midtempo a base di linea d'organetto e chitarre presto lanciato in un grasso e scellerato esploit corale, unendo Clash e Stranglers in un continuo scalciare umorale e irrequieto (chiudendo, se non bastasse, con uno splendido inciso marca Suede).

L'esuberanza di brani come “Coming Over My Place”, “Secrets of America”, “Gout! Gang! Go!”, con la loro grinta garage, non sono però che una faccia della medaglia di una scaletta per nulla monocorde. Si prenda l'adorabile ballata acustica di “The Jacket Song”, o l'umbratile e dilatata “Matador”, o l'austera e minacciosa “Peter and the Gun”, spirale perversa di chitarre impastate con un lirismo controverso, a metà tra l'euforico e il sibillino. “English Tongue”, infine, impattante commiato liberatorio, un pub-rock da stadio dove tutto procede in un irrefrenabile crescendo d'enfasi, dove ogni elemento è parte di un grande abbraccio corale (le chitarre ritmica e solista, il piano e l'organo, una sessione ritmica muscolare, le liriche cantate a squarciagola).

Un lavoro controverso, capace di sembrare tanto primitivo e sporco quanto ingegnoso e raffinato. Ed è proprio di questa ambivalenza che si nutre l'album, oltre che di un'energia incontenibile e sfrenata. “Danger in the Club” si rivela, quindi, un lavoro molto meno di pancia -sebbene trabocchi di visceralità- di quanto possa sembrare ad un primo ascolto. Non dimentichiamoci però che tra pancia e cervello c'è il cuore, e di cuore i Palma Violets ce ne buttano a pacchi. La cosa, personalmente, mi basta.

V Voti

Voto degli utenti: 6,7/10 in media su 3 voti.
10
9,5
9
8,5
8
7,5
7
6,5
6
5,5
5
4,5
4
3,5
3
2,5
2
1,5
1
0,5
Lelling 6,5/10

C Commenti

Non c'è ancora nessun commento. Scrivi tu il primo!
Effettua l'accesso o registrati per commentare.