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R Recensione

7/10

Peter Kernel

White Death Black Heart

Spigoli e asperità, trame squadrate a grana grossa, dedizione geometrica all'assemblaggio dei pezzi. I brani dei Peter Kernel sono blocchi ritmici dove sono i chiaroscuri a delimitare le superfici e tracciare i confini.

Il nuovo lavoro White Death Black Heart sceglie di compattare quelli che solo pochi anni fa parevano frammenti sparsi (How To Perform a Funeral, 2008), per giungere ad una compostezza e ad un rigore compositivo di tutto rispetto. L'urgenza incontenibile della band è libera di fluire ma nello stesso tempo procede con ordine, sezionando le sue componenti in parti uguali tra indie-rock, math e noise.

 

Prendiamo l'attacco di Anthem of Hearts: la struttura strofa-ritornello è stravolta, scomposta nell'alternarsi di saliscendi, rallentamenti, scossoni improvvisi. Le chitarre ricamano motivi tesissimi mentre la voce nervosa di Barbara Lehnhoff declama la sua filastrocca (“We don’t care about / parties / drugs / fashion / girls...”). Tutto questo fino al climax finale dove finalmente il pezzo esplode in un imponente anthem corale. Se poi ci ripensiamo il disordine è solo simulato: i tasselli di cui è composto il brano sono fissi, ma gli incastri sono perfetti e tutto risulta fluido e scorrevole (come verrà declamato in una delle tracce successive “Discipline and chaos put together”). La sessione ritmica è protagonista della più convenzionale I'll Die Rich at Your Funeral, dove le chitarre intervengono con stilettate ruvide e graffianti, colorando di armonie noise il brano fino al rivolgimento vorticoso del finale, un crescendo di espressività sonora dalle tinte fosche. Nella cavalcata di Hello My Friend, nel post-punk slabbrato e dissonante di Panico! This is Love o nella cupa Make, Love, Choose, Take si dispiega al meglio l'eccentricità dei Peter Kernel, la loro personale interpretazione indie che pare porsi fuori dai più ovvi schemi precostituiti, lanciandosi in un variegato dispiegamento di stili e pose. Ma non basta. La declamazione introduttiva di Tide's High: è un tentativo di superamento dei canoni scanzonati propri del genere e la successiva The Captain's Drunk ci da la conferma di questa ricerca di cerebralità: un flusso scuro dove sono i timbri gravi a farla da padrone, facendo leva su un approccio espressionista sinceramente suggestivo . Da qui in avanti i toni si fanno più cupi, alternando la furia di The Peaceful alla lenta e affilata We're not Gonna Be the Same Again, e ancora il pigro dispiegarsi di Organizing Optimizing Time.

 

Un gruppo che ha fatto tesoro dell'esperienza accumulata negli anni (in giro a condividere i palchi con artisti del calibro di Mogwai, Shannon Wright, Cat Power, Wolf Parade) e che ha affinato la tecnica fino ad arrivare a questo White Death Black Heart, buon surrogato di equilibrio, inventiva e poliedricità. Un lavoro impossibile da comprendere al primo ascolto, così cauto nell'accantonare la muscolarità per mostrare il cervello (e viceversa), così prudente nel mostrare le sue qualità destabilizzanti. E sono proprio queste ultime a fare la differenza.

 

 

V Voti

Voto degli utenti: 7/10 in media su 1 voto.
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C Commenti

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hiperwlt (ha votato 7 questo disco) alle 8:42 del 13 ottobre 2011 ha scritto:

segnalazione interessante, provvedo; una prima impressione dai pezzi postati: ci sento anche una forte influenza di black francis and co. nell'approccio (l'attitudine garage-pop e punk; gli stili vocali sia maschili che femminili e le loro interazioni; qualcosa nelle metriche; nello stile chitarristico). ripasso

hiperwlt (ha votato 7 questo disco) alle 10:27 del 29 ottobre 2011 ha scritto:

confermo le impressioni iniziali: ad un certo punto pare poco coeso - prima parte ottima; nella seconda, più cupa come dici tu, qualche sbavatura c'è -, ma i pezzi non mancano - "anthem of hearts"; "i'll die rich at your funeral"; "the peaceful";"we're not gonna be the same again": cosa che più conta, alla fine. 6 1/2 che diventa volentieri 7. bella recensione, Matteo.