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R Recensione

6/10

Roses Kings Castles

British Plastic

Lontano da qualsiasi qualunquismo coram populo possiamo affermarlo: la batteria non è solo casino o sferzate violente a mo’ di guisa di fabbro. La batteria è altro. Il batterista lo sa e per questo la venera, la divinizza, la deifica stabilendo con lei una particolarissima simbiosi quasi sessuale fatta di sudore e ritmo, gesti convulsi e sofferenze simil-orgasmiche. Lui sa che il suo strumento è il cuore pulsante che dà linfa vitale alla musica, un motore ritmico che carbura ossessioni, gioie e malesseri. C’era un tempo in cui i suoi beat incanalavano la dissolutezza di coloro che scalciavano a ritmo di Charleston mentre Gene Krupa swingava, libero, con soli due fiammiferi. In seguito l’esigenza di stigmatizzare un periodo segnato da un odio viscerale tra due blocchi nel mondo – orientale ed occidentale –  che negli anni giustificò guerre ed eccidi in nome di conflitti interistuzionali tra diversi stati, portò ad un ribaltamento di ruoli e posizioni. 

Era venuto il tempo di comunicare con la musica. Sul predellino salì quindi la chitarra elettrica e le sue note sature e distorte a voler amplificare il disagio di una generazione che dava voce alle ingiustizie. Oggi il batterista è, né più né meno,  quel signore che da dietro le pelli lancia grandi occhiate in direzione delle telecamere. Gli occhi non sono più chiusi ad inseguire la sacralità del groove. Mentre le sue ostentazioni – invero utili per accoppiarsi con orde di fan arrapate -  si limitano ai soliti gesti del mercante di mestiere.  Ma cosa succede se la sua smania di protagonismo lo porta ad una crisi da prima donna? I risultati ci consegnano storicamente dei chiaroscuri che vanno dalla proficua quanto oscillante carriera dello sciancatissimo Ringo Starr, sino agli sputtanamenti Mtv rock-oriented dell’irsuto Dave Grohl

Due pesi e due misure che comunque restituiscono un’immagine appetibile del batterista che da modesto bruco evolve in sinuosa farfalla. Adam Ficek, invece, la sua scelta se l’è dovuta autoimporre. Nel momento di gloria apicale della sua band – i Babyshambles – una spaccatura insanabile tra i membri lo ha costretto a correre ai ripari ed adottare la filosofia “zero rischi” del “me la canto e me la suono”. È così che il nostro uomo ha aperto la basculante del suo garage e lì ha costruito uno studio di registrazione, ha fondato un’etichetta – The Sycamore Club -, si è dato un monicker da band – Roses Kings Castles- e poi ha chiamato il fido Patrick Walden per dare un piglio più catchy alle chitarre distorte. Risultato: da interpretare.

  British Plastic è l’ostentazione di Ficek per certi umori rock che sono l’alveo della tradizione scolastica del sound albionico degli ‘anni 90, cristallizzato però in trame electro che incanalano il risultato finale deviandolo. Un caleidoscopio sonoro che parte da semplici amalgame pop-rock (These are the days) strutturate su un velluto ispido di chitarre acide in stile Graham Coxon coadiuvate da synth ed orpelli elettronici. British plastic è anche altro, vuole essere di più. Digrigna i denti e si trasmuta nelle interpretazioni muscolari e tetragone di Kitten become cats o nelle derive surrealiste di Cockroach, dove una pasta all’apparenza solida pian piano deflagra sotto le mille amenità avanguardiste a cui è sottoposta.

 Al centro, nel limbo delle idee, gravita il piccolo gioiello di produzione Roses Kings Castles - Here comes the summer - giustamente scelta come singolo apripista per la presentazione dell’album. Figlia illegittima di quella Bodysnatchers di Radioheadiana memoria, con il suo beat veloce ed una linea di basso galoppante che ricorda certe cavalcate del Bowie di Reality, Here comes the summer vive di una iridescenza elettronica, regalando momenti di puro divertimento trainati dal riff aspro della telecaster e da una voce totalmente filtrata di Ficek che, proprio per il suo essere una pippa a cantare, riesce a sbrodolare una melodia altrimenti inflazionata. La sensazione che i Roses Kings Castles siano caduti nel “vorrei ma non posso” è forte. 

Da un lato c’è la sinestesia tra immagini e suoni, ostentata già nella copertina del disco che richiama certe rappresentazioni astratte tipiche di Jackson Pollock. Dall’altra parte abbiamo un quadro di riferimento ampio che non restituisce omogeneità al lavoro anzi ne disperde la cifra stilistica. Sembra quasi che Ficek, con i suoi Roses Kings Castles, si sia messo a giocare con le forme ad incastro violandone l’innesto per vedere il risultato ottenuto. C’è chi la considera una paraculata, chi il classico passo più lungo della gamba. Noi diciamo che in fondo, per essere un batterista, il suo sporco lavoro lo ha fatto.

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