Shearwater
Animal Joy
L’altro giorno, un po’ per nostalgia e un po’ per rinnovata curiosità, mi sono messo a riascoltare “Dissolving Room”, il primo album degli Shearwater datato 2001. E m’è venuto spontaneo pensare a quante cose sono cambiate da allora, a quanta strada ha divorato il gruppo di Jonathan Meiburg in questi dieci anni e passa. Quell’esordio misconosciuto altro non era che una timida e delicata collezione di bozzetti acustici e cantautorali, equamente divisi fra Meiburg e il “gemello” Will Sheff (fin dal 1999 Meiburg suonava anche negli Okkervil River), che, a posteriori, rivelavano già tutta la loro intrinseca bellezza (e il cospicuo talento dei due) a dispetto della produzione incolta e in bassa fedeltà. Archiviato dopo i primi tre album il periodo “okkervilliano” (e congedatosi Sheff), la band ha avuto modo di ampliare e focalizzare lo stile e la poetica personale del proprio leader con un’ulteriore trilogia, quella inaugurata da “Palo Santo” e conclusa da “The Golden Archipelago”, che l’ha portata, passo dopo passo, a recitare un ruolo di prima grandezza, perlomeno sul piano qualitativo, nella musica alternativa americana. Tre numero perfetto, dunque, al cui compimento s’annuncia puntualmente una svolta nella carriera degli Shearwater.
Difatti così è: lo avevano già fatto capire il cambio di etichetta (dalla Matador alla Sub Pop, sempre più calamita dell’indie americano) e le anticipazioni dello stesso Meiburg che una fase si era conclusa e che “Animal Joy” sarebbe stato un disco molto diverso. Ma diverso in che senso? Nel senso di un suono più rock, diretto, istintivo, sintonizzato su frequenze post-punk e pop-wave, che s’innesta sul classico retroterra folkish, slo e atmosferico e sul quale prende decisamente il sopravvento. Cardine tematico, come quasi sempre in Meiburg, è il rapporto fra l’uomo e la natura, qui descritto da un’angolazione forse più cupa e risentita del solito: un uomo neo-nomade, sperso senza grandi punti di riferimento fra l’inarrestabile decadenza della civiltà (con i suoi continui rovesci socio-economici) e l’agonia di un ecosistema sempre più incattivito ed avvelenato che sembra covare la sua vendetta. Musicalmente questo senso di minaccia e di apprensione si traduce in brani molto ritmici, tirati (con la chitarra elettrica e la batteria in assoluta evidenza), sfrondati ed essenziali anche negli arrangiamenti.
Lo spessore anthemico del nuovo corso viene esplicitato dal pathos elegiaco dell’iniziale “Animal Life” e percorre episodi come “You As You Were” fino alla conclusiva “Star Of The Age”, epica e marciante quasi in odore di AF e derivati. Altrove i texani sembrano cercare (e trovare, in parte) un baricentro wave, come nell’austera e solenne “Breaking Yearlings” o nel melò impostato e quasi “bowiano” di “Dread Sovereign”, mentre in “Immaculate” strizzano l’occhio alla rabbia melodica degli Husker Du. E se una canzone come “Believing Make It Easy”, nonostante l’apprezzabile ordito chitarristico, appare fin troppo lunga e compassata, Meiburg dà l’impressione di ritrovare la sua scrittura migliore proprio quando abbassa i toni e alza il piede dal pedale del ritmo come nella lenta, oscura, arpeggiata “Insolence”, con quelle rullate scarne e tremolanti che smontano l’enfasi del crescendo o in “Pushing The River” con la drum machine e i tocchi elettronici combinati in un intarsio di feedback insistito e stridente.
In estrema sintesi: aldilà della bontà delle premesse e del valore di alcuni singoli episodi, questa terza fase degli Shearwater per ora non convince appieno. E rincara, almeno nel sottoscritto, quel non so che di nostalgia e curiosità di cui s’era detto ad inizio recensione. Sarà forse perché è storia, sarà forse perché invecchio.
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