The Autumns
Fake Noise from a Box of Toys
Dire che è la stagione degli Autumns è quantomeno una banalità. Tanto più che la band di Los Angeles non pubblica più album autunnali con copertine autunnali, e ha scoperto che dietro il proprio nome-etichetta si celava un letto di Procuste. Via le facce malinconiche, le giacche di fustagno, i pantaloni beige, le sonorità crepuscolari. Avanti con la sperimentazione: il rumore finto che viene da una scatola di giocattoli.
Già, perché nel nuovo disco degli Autumns convivono rumori e bamboleggiamenti, noise autentico e carillon. Due esempi: "Clem" si apre con disarmonici passaggi hard-core, per poi sfogarsi (?) in un riff da filastrocca condito dalla voce ermafrodita di Matthew Kelly (apprezzabile, tra parentesi, la batteria che rimbalza come un pallone da basket); "Killer In Drag" attacca con campanellini disneyani e poi sfocia in un’intro noir di grande fascino. Gli accostamenti sono stridenti, a volte persino troppo: "Night Music" ha un’atmosfera cupa tra i primi Muse e i Radiohead di "Climbing Up The Walls", ma poi estrae dal capello un ritornello sdolcinato, non brutto, ma decisamente incongruo, fuori chiave.
Si tratta dell’unico passaggio, in realtà, in cui la volontà di costruire un disco proteiforme, sfaccettato, caleidoscopico, si risolve nel mescolamento di idee che da sole funzionerebbero meglio. Altrove le impalcature sghembe dei brani reggono davvero bene, in un insieme che assume, canzone dopo canzone, l’aspetto sonoro di un disco indie-rock metà anni novanta, con chitarre piuttosto sfocate, una batteria non trattata, rozza (ma molto fantasiosa), una voce tra Radiohead Geneva e Jeff Buckley.
L’originale mix di melodia e distorsione funziona alla grande in "Boys", l’unico pezzo davvero radiofonico del disco, un po’ Klaxons e un po’ Yourcodenameis:milo, aggressivo nonostante i picchi acuti della voce. Altro ottimo momento è "Killer In Drag", che si insinua in armonie gotiche, tra riff e arpeggi labirintici, sempre piuttosto indistinti, cori nebulosi e aperture più robuste. L’esito è molto destrutturato, come in tutti i pezzi del disco, il che complica la sua metabolizzazione. Basta ascoltare "Adelaide", una canzone che poteva essere un singolo perfetto, molto nineties americani, ma che invece, scomposto, imbruttito, frammentato e mandato, nel finale, letteralmente in vacca, diventa un quadro di Picasso. La melodia si intuisce, ma è tutta sfasata. Per la pittura funziona, per la musica non so. Certo, suona strano assai.
E poi ci sono gli Autumns noti: quelli delle nenie dolci ("The Midnight Knock", "The Beautiful Boot"), dei ritornelli quieti quieti ("Uncle Slim", bella), dei pezzi-ninnananna sopra spessi tappeti di chitarre (l’apertura e la chiusura). Il tutto, messo fianco a fianco, suona molto informe, se non farraginoso: noise e toys. Pur senza momenti memorabili (non c’è un’altra "Cattleye"), un ascolto stimolante. Che sia la stagione degli Autumns?
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