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R Recensione

5/10

The Courteeners

Anna

Abbastanza conosciuti nei circuiti musicali delle terre d’Albione ma carneadi all’infuori di esse, i The Courteeners giungono in sordina al loro terzo full lenght attraverso uno sviluppo proteiforme di erosione sonora che ha consentito loro di smussare l’altrimenti solida e telefonatissima struttura brit pop che incarnava la loro musica. Perlomeno questi erano gli intenti sbandierati  su carta. Di certo, ancor più del talento, la loro fortuna si è viralmente diffusa grazie alle lodi sperticate propalate dal signor Morrisey, che dalla stazione radiofonica KRWC ha espresso senza mezzi termini la sua stima nei confronti del gruppo mancuniano: “Every song was very strong and full of hooks and full of dynamics. I thoguht: this is great!”. Certe funzionalità nella comunicazione mediatica fanno capire quanto Marshall Mcluhan avesse predetto il futuro già una cinquantina di anni or sono, capendo che il messaggio è di gran lunga più consistente del contenuto stesso.  Certo che dal signor Morrisey l’uscita risulta un tantino fuori luogo. Lodi sperticate al retrogusto zuccherino proprio dal mattatore sadico di talenti altrui. Il satrapo che assieme a mister simpatia Liam Gallagher è in grado di annichilire qualsiasi baldo musicista non lo aggradi. Sarà la resipiscenza che avanza con il passare degli anni, sta di fatto che la dolce maturità ha preso il posto delle acredini di gioventù. Dietro al monicker The Counteeners si cela null’altro che l’ennesima band (poco) Brit (molto) Pop, dedita a canzonette insipide e scipite. La vera sensazione che si ha lungo l’ascolto di Anna è di una vacuità quasi assoluta, salvata sporadicamente da latenti soluzioni stilistiche che sembrano essere prodotti di fortuna in un minestrone di mestiere.

Già dalla prolusione affidata a "Are You In Love With A Notion" l’universo dei The Counteeners è definito, limpido e assolutamente inequivocabile. Linee di chitarre plastificate che si intrecciano con ritmi serrati ed armonie tipicamente british, il tutto ornato dalle melodie pop contemporanee di Liam Fray che regalano spunti interessanti nel refrain quando, ondivaghe, si tuffano negli intervalli in minore. Stesso dicasi per il singolo di lancio – Lose Control – che attinge a piene mani dai classici synth pop e regala forse uno tra i momenti artistici apicali dell’intero album.

Da qui in poi, i The Courteeners perdono la bussola in un dedalo di insicurezze. Cercano di rassettare la propria arte e – errore imperdonabile – cominciano seriamente a far emergere le influenze ad ogni brano, in maniera crescente. E quale band inglese al giorno d’oggi è in grado di imporre la propria autorevolezza nei mercati musicali mondiali? Proprio loro: i Coldplay. Ammesso che la band di Chris Martin è oramai la copia sbiadita di se stessa, immaginate cosa succede agli indegni epigoni qualora provino ad effettuare il bigino dei grandi successi: un disastro che ha il retrogusto del riflesso Pavloviano.

Basta accostarsi alle armonie di “When You Want Something You Can't Have”, quasi da plagio coldplayano o di “Van der Graaf” (miscela insolita tra cori antemici che richiamano Bono Vox, le classiche melodie british e gli algidi appunti di chitarra di chiara matrice Sigur Ros) per capire che il meccanismo si è inceppato troppo presto.

Ovviamente ci sono anche altri problemi a renderli indigesti. Uno su tutti è l’impressione che i The Courteeners siano chirurghi muniti di bisturi pronti a recidere qualsiasi escrescenza e protrusione artistica che mini la loro integrità radio friendly. Per esempio basta sentire il sing a long di “Welcome to the rave” (un titolo, un programma) per comprendere che la band ha velleità easy listening troppo marcate per non cadere nel tranello del “già sentito”. Ci si ritrova ad abbozzare un languido e repentino sorriso di approvazione quando partono le prime, interessanti, note di  "Save Rosemary in Time", salvo poi sentire che la band ha urgenza di aprire il refrain il prima possibile per mantenere viva l’attenzione col solo risultato di interrompere il sottile filo di tensione che si stava creando.

Inutile continuare, tanto l’esito è già scritto. Anna è un album che punta il proprio valore su alcune pratiche cristallizzate della discografia mondiale: strutture canoniche, tempi brevi, testi semplici e melodie facili per memorizzazioni veloci. Il risultato finale è un album piatto, vuoto e talmente preciso da risultare asettico. L’urgenza di dire qualcosa sopperisce sotto l’egida della comunicazione facile e precoce. Tutto è eccessivamente calcolato e nell’arte, si sa, troppi calcoli fanno male alla composizione.

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