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R Recensione

7/10

The Dodos

Individ

I Dodos non mollano. E viene da pensare che forse, nello spazio tra quel “Time to Die” (2009), che aveva diluito il suono del suo predecessore, e questo nuovo “Individ”, qualcosa abbia bollito per bene in pentola. Ad oggi quel “tempo di morire” suona programmatico: già con il successivo “No Color” il suono della band di San Francisco iniziava una lenta metamorfosi che la allontanava dall'ammorbidimento folk della fase di atterraggio post-“Visiter”. Si tornava a guardare alle strutture frenetiche di quel fortunato lavoro andando al contempo avanti, lavorando di ibridazione. Ritmiche rutilanti, chitarre elettriche sempre più presenti (qualcosina in “No Color”, molto di più in “Carrier”), grande attenzione a melodie il più possibili circolari e pop.

Ed eccoci a “Individ”, definitivo approdo ad un indie-rock ossessivo, strutturato a blocchi geometrici, dalle sonorità aspre e rugginose (che ricordano a più riprese i Buke and Gase), dagli esperimenti compositivi mai così azzardati. Un bel salto per il duo di Meric Long e Logan Kroeber, che per la prima volta da “Visiter” decide di mettersi davvero alla prova.

Precipitation” apre alle striature elettriche della chitarra di Long, per lanciarsi in un ossessivo reiterarsi di arpeggi destinato ad incendiarsi in riff prepotenti, il tutto sospinto da una ritmica sempre più febbrile. In tutto questo si insinua uno sviluppo melodico dolce, vellutato, in ottimo contrasto con i frenetici sussulti sonori. Le strutture ritmiche si fanno davvero complesse in brani come “Bubble”, incastrata tra patterns in controtempo che strutturano spazi sghembi eppure ben saldi, mentre la chitarra ricama con inventiva, o in “Goodbyes and Endings”, brano che si dispiega tra blocchi di accordi aprendosi a profumatissime incursioni di fiati, o ancora nell'ultima “Pattern/Shadow”, math-rock lanciatissimo e squadrato, ma sempre pervaso da un'aggraziata sensibilità melodica spalmata su un lento flusso armonico in progressiva accelerata.

Il meglio, qui, è però rappresentato dalle stupende “The Tide”, rutilante rincorsa a base di rullante in loop e svolazzi di chitarra in riverbero, e “Competition”, dall'affastellarsi di accordi abrasivi messi al servizio di un songwriting mai così efficace. Sono ancora diversi i pezzi d'interesse: dalle spire ambientali di “Darkness” alla nenia distorta di “Bastard”.

Un disco che ci insegna che si può benissimo ripartire (quasi) da zero e che ci costringe a guardare alla passata produzione dei Dodos con meno disinteresse. In ogni caso un buon risultato che riporta sulla cresta dell'onda una proposta che si credeva ormai affondata.

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