The Last Shadow Puppets
The Age of the Understatement
Per capire questo disco bisogna fare (almeno) un passo indietro. Fermarsi a “Favourite Worst Nightmare”, il secondo album degli Arctic Monkeys, accolto mediamente con una certa tiepidezza dalla critica (NME escluso: 9/10 il voto), e alla sua traccia conclusiva, “505”, interessante esperimento morriconiano che valse più di una lode alle scimmie brufolose. Fermarsi qui.
Ecco che la mente fervida del leader Alex Turner raccatta il segnale e si mette alla ricerca di uno sparring partner che abbia una voce simile alla sua, vada dal suo stesso parrucchiere, usi lo stesso flacone di Topexan e sia disposto a mettersi supinamente ai suoi ordini. Miles Kane, voce dei non ancora debuttanti The Rascals (uno dei pochi gruppi già celebri prima ancora di aver attaccato il jack all’amplificatore, o giù di lì), fa il caso suo. Ne nasce un lavoro tanto nato a tavolino quanto iper-curato, che viene generalmente accolto come manna divina (NME compreso: 8/10 il voto). A freddo, forse, se ne può riparlare.
Non che manchi un’aura fascinosa e ammaliante attorno alle campiture sinfoniche della London Metropolitan Orchestra, agli arrangiamenti del giovane Owen Pallett (già collaboratore degli Arcade Fire in entrambi i dischi, e coinvolto in altri progetti degni di interesse, dai Picastro ai Dntel) e alla produzione di James Ford. Bacharach e gli spy-movies tra Sessanta e Settanta, Costello e i Divine Comedy calati in un film di Leone, Scott Walker e certo brit-pop sinfonico (ricordate “To The End” dei Blur?) sono filtrati dalle sghembaggini e dalle troncature tipiche degli Arctic Monkeys. Pezzi brevi, qualche coda incongrua, molto melodramma. Ma si avverte che manca una via di fuga: le marionette sono intrappolate qui per sempre, nel ruolo dei torvi cosacchi, come nel video della magniloquente “The Age Of The Understatement”, o in quello delle figurine retrò, sgranate in fotogrammi in bianco e nero.
C’è, insomma, ad aleggiare su questo disco, il puzzo della plastica e dei vicoli ciechi. I bei momenti non mancano: gustose, ad esempio, le divagazioni classico-melodiche di “Meeting Place” e “My Mistakes Were Made For You”, così come non stancano alcune interpretazioni assieme ariose e taglienti (“Calm Like You”, “I Don’t Like You Anymore”), con la prima parte del disco che spicca per le arie da western cavallerizzi e i ritmi trottanti, nonché per l’abuso di scampanii luttuosi (“Separate And Ever Deadly”). Una buona parte di canzoni, tuttavia, impallidisce, arretra in secondo piano e banalizza il resto del lavoro con eccessi di barocchismi tutto sommato sterili.
E allora viene da pensare che i Last Shadow Puppets siano stati creati nel momento giusto, quando la truppa indie-rock britannica batteva la fiacca, e c’abbiano marciato. Il disco è un amabile e volubile divertissement che intrattiene senza entusiasmare. E se Turner ne esce come un pozzo di idee (e di furbizia), è anche perché predica in un catatonico deserto. Alla prossima svolta.
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