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R Recensione

7/10

The Phantom Band

Strange Friend

Ci sono dischi che, nel loro masticare lingue accomodanti e in qualche modo familiari, sono capaci di sfoggiare una grandissima libertà. Il terzo lavoro della Phantom Band, ad esempio, non stravolge nessuno dei canoni di una forma canzone che ondeggia tra folk e indie-rock, facilitando l'ascoltatore al momento del fatidico primo impatto. Poi però le cose si complicano, o meglio, si fanno interessanti. Sottoposto ad ascolti più attenti, questo Strange Friend rivela un'anima subdolamente sovversiva, che preferisce agire dall'interno di strutture relativamente convenzionali denaturandole con inserti inaspettati di synth sopra le righe e acide armonie stralunate.

Strange Friends ci consegna canzoni che condividono lo spessore lirico -e timbrico- di certi National con l'approccio ludico -a livello compositivo- di band come The Baptist Generals. Si prenda “The Wind That Cried the World”: un pezzo compatto, dagli impetuosi slanci corali, al cui interno si insinuano partiture elettroniche fuori contesto rispetto al mood prevalente, per una sorta di trama krauta (Harmonia) che -in un fiorire di modulazioni analogiche- fa da contrappunto al tema principale. Stesso discorso per la successiva, incalzante, “Clapshot”, dove gli interventi in levare di organetto fanno da glassa dolciastra all'andamento anthemico del brano, o per gli innesti fuori controllo della possente e imbizzarita “Doom Patrol”.

Ogni episodio esplora a fondo una sua propria dimensione: “Atacama”, dominata dal baritono di Rick Anthony, è un pacato folk immerso in un progressivo infittirsi di layers di chitarra elettrica; “(Invisible) Friends” si evolve in una progressione di arrangiamenti che arrivano a formare una deliziosa e fitta tessitura, mentre i patterns ritmici squadrano matematicamente l'incedere del brano; “No Shoes Blues” è cantautorato raffinatissimo impreziosito da pregnanti soluzioni psichedeliche, tra linee circolari di synth e chitarre impegnate in intensi fraseggi, accostando languide parti in slide e puntellamenti in arpeggio; “Women of Ghent” è complessa, quasi prog nello svilupparsi delle sue spire (vengono in mente i Mew); “Galapagos” chiude l'album annullando ogni densità sonora, fornendo un commiato ambient rarefatto e in lenta disintegrazione.

Un disco che, nella sua ricchezza, rappresenta un ottimo esempio di scrittura collettiva: tutti e sei i membri -come ha confermato il chitarrista Duncan Marquiss in un'intervista- sono coinvolti nella scrittura dei pezzi, nessuno svolge un ruolo subordinato. Un altro elemento a favore di un disco che regala una bella boccata d'ossigeno, spesso ponendosi con intelligenza fuori dagli schemi precostituiti, dimostrando di riuscire a farlo restando ancorato ad una solidissima natura pop.

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Voto degli utenti: 8/10 in media su 1 voto.
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REBBY 8/10

C Commenti

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REBBY (ha votato 8 questo disco) alle 18:34 del 28 marzo 2015 ha scritto:

Questi non se li caga proprio nessuno eh! La miglior band scozzese dell'ultimo lustro. E non sono neanche tirchi eheh

Cas, autore, alle 19:11 del 28 marzo 2015 ha scritto:

grande Rebby, almeno tu non ti lasci scappare chicche come questa

tra l'altro loro sono usciti a gennaio (dopo soli sei mesi da questo Strange Friend) con un altro album... tu l'hai ascoltato?

REBBY (ha votato 8 questo disco) alle 22:32 del 28 marzo 2015 ha scritto:

Lo sapevo, ma non l'ho ancora ascoltato Com'è?

Cas, autore, alle 13:14 del primo aprile 2015 ha scritto:

ai primi ascolti mi sembra più serioso, più cupo. la formula rimane la stessa: tanta elettronica krauta più songwriting bello compatto. il tutto però è declinato in un mood più ombroso ed altisonante... non male!

hiperwlt alle 18:54 del 29 marzo 2015 ha scritto:

Di loro ricordo "The Wants", soprattutto quelle sue composizioni di art rock (a volte folk) su progressioni electro, tratti kraut, contorni wave e sfumature esoteriche. Non a caso "O" e "Walls" mi mandavano in estatsi, così come "The Howling" dal (penso) primo disco. "Strange Friend" non mi aveva lasciato nulla, però ci torno - raro che Cas e Rebby si sbaglino