R Recensione

3/10

The Rakes

Klang

Sono convinto che per una band ci sia una sola cosa peggiore di pubblicare un disco inutile e brutto, ossia pubblicare un disco inutile e brutto ergendosi orgogliosamente a paladini della Bella Musica. Da questa prospettiva il nuovo disco dei Rakes può essere considerato in largo anticipo come uno dei lavori più raccapriccianti dell’anno.

L’uscita di “Klang” è stata preceduta da una nota dei quattro londinesi in cui si inveisce (a ragione, peraltro) contro la scena indie-rock britannica (definita «ottusa», con l’aggiunta: «it’s like wading through a swamp of shit») e ci si vanta della strepitosa idea di andare a registrare l’album a Berlino, in cerca di aria nuova. Ora, a me pare che i ‘rastrelli’ (The Rakes, appunto) quella merda, nel loro nuovo disco, l’abbiano raccolta tutta, e che a nulla siano valsi né Berlino né tanto meno la produzione di Chris Zane (The Walkmen, Fields, Asobi Seksu).

Klang” cerca di recuperare l’attitudine disco(post)-punk del debutto, dopo le campate più distese di “Ten New Messages”: siamo, per capirci, tra Maximo Park e The Futureheads, con i Franz Ferdinand aleggianti ovunque. I pezzi si succedono brevi e nervosi, con la voce nasale di Alan Donohoe che, arresasi alla propria pochezza, non cerca neppure di sforzarsi in qualche linea vocale interessante, limitandosi spesso a parlicchiare, forse sulla lezione del distantissimo Jarvis Cocker. Le chitarre non aggiungono niente a quanto già sentito dall’Inghilterra negli ultimi cinque anni, il basso metallico è sempre quello, la batteria si limita al compitino, i testi dipingono la solita Londra di pub.

Da notare come la scarsa originalità della band infetti anche i titoli, perché se chiami un pezzo “The Loneliness Of The Outside Smoker” (uno di quei problemi sentiti con urgenza dalla società civile post-divieto di fumo nei locali) è impossibile non far venire in mente la “Smokers Outside The Hospital Doors” degli Editors, con una mossa peraltro assai discutibile, visto che il confronto tra i due pezzi è impietoso, ed è tutto dire. I due minuti di canzone dei Rakes si articolano su una bolsa strofa di due accordi e un ritornello in cui tutti in coro ripetono il titolo. Sbalorditivo.

Donohoe prova ad imboccare una strada tra Casablancas e Kapranos in certi passaggi sussurrati o in certi urli spastici (“Bitchin’ In The Kitchen”, “You’re In It”), ma resta un abisso tra lui e i suoi modelli. E non si vada a scomodare Ian Curtis, come si è fatto in passato, per certe pose schizofreniche: il troppo stroppia. Per il resto, che il basso martelli ignorante (“That’s The Reason”, “1989”) o si destreggi più estroso (“Bitchin’ In The Kitchen”), che la chitarra raspi in modo punk (“The Final Hill”) o angoleggi epilettica (“Shackleton”), che si cerchi la variazione ricorrendo a tastiere noir (“The Woe Of The Working Woman”, “Muller’s Ratchet”) o ad atmosfere più leggere (“The Light Of Your Mac”), poco cambia: il già sentito deborda, e non rimangono che pallide tracce di un’autenticità rock che si vorrebbe viscerale e non così sterilmente modaiola.

V Voti

Voto degli utenti: 4,8/10 in media su 4 voti.
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Khaio 7/10
REBBY 5/10

C Commenti

Ci sono 2 commenti. Partecipa anche tu alla discussione!
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REBBY (ha votato 5 questo disco) alle 10:56 del 30 marzo 2009 ha scritto:

Album senza infamia e senza lode, come tutta la

loro produzione fino ad adesso, ma Muller's ratchet non è male (è gia qualcosa, dopo la solenne bocciatura di Target non ci speravo).

hokusai (ha votato 2 questo disco) alle 12:30 del 14 giugno 2010 ha scritto:

blea!

blea!!!!