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R Recensione

6/10

The Strokes

Angles

Da quasi cinquant’anni ci si chiede cosa ne sarebbe stato del pop senza i Beatles, del rock senza gli Stones, della psichedelia senza i Pink Floyd.

A noi più giovani tocca chiederci ad ogni nuovo album degli Strokes, cosa ne sarebbe stato del nostro amato movimento indie senza la musica del quintetto di New York.

Che misera proporzione, ma tant’è. Bisogna lavorare con cosa si ha in mano, ed oggi nel 2011 abbiamo in mano un nuovo capitolo – il quarto – del romanzo che vede protagonista Julian Casablancas e altri quattro comprimari che mai quanto in “Angles” provano ad esternare con più decisione le proprie opinioni in merito alla direzione da dare alla storia.

E se in effetti la direzione di alcune tra le dieci composizioni chiamate a raccolta per questo LP la definizione “interessante” – alla luce del repertorio degli Strokes – è azzeccata, altrettanto settoriale è l’aggettivo “riuscita”. Tralasciando il gossip relativo al making of del disco (ci vuole poco a costruire ad arte una storia da vendere ai magazine specializzati), la prima e più duratura sensazione che si ha nell’ascolto del lavoro è una disomogeneità di fondo che rende il susseguirsi delle tracce – soprattutto dalla sesta in poi – piuttosto sfilacciato e privo di un mood deciso: ovvero il rischio, in questo caso specifico, di fare un disco totalmente orientato agli anni 80, anziché prendere e lasciare questa pista senza un motivo artistico valido.

La parte interessante e purtroppo non sufficientemente approfondita dell’album è quella che cita platealmente e con un tocco a tratti felicemente miracoloso la wave ed il synth pop di tre decenni fa. Una scelta non da poco, magari nata per caso durante le sessions, in cui la band non ha creduto fino in fondo, pensando più a non deludere chi aspetta una nuova “Reptilia” piuttosto che esplorare territori inediti che se ben ispezionati potrebbero garantire un’alta fertilità artistica per gli anni a venire.

Il discorso, infatti, si faceva molto interessante. Dopo il revival anni 60 del primo disco, il secondo e il terzo orientati maggiormente ai riff affilati degli anni 70, questa decisa sterzata verso gli eighties aveva tutte le carte in regola per incensare il citazionismo dei ragazzi con nuove e sperticate lodi, anche alla luce di un suono sempre più sfaccettato e maturo accompagnato dalle prestazioni vocali di Julian tanto inconfondibili quanto diabolicamente seducenti esattamente come il primo giorno.

Ed invece. Ed invece il peso di diversi alcuni passaggi a vuoto in un numero già esiguo di tracce e minutaggio, non può giustificare delle lodi.

“Games” (non propriamente travolgente) è lo spartiacque tra la parte brillante e quella opaca di “Angles”, che ha un risveglio inaspettato nella notevole chiusura affidata alla camaleontica e trasognata  “Life is simple in the Moonlight” ; nel mezzo “Call me back”, che sarebbe stata ideale mantenendo la sua linearità, “Gratisfaction”, che ha un bel piglio ma si banalizza in un coro da ensemble pop, e “Metabolism”, che richiama le partiture tirate del disco precedente.

A favore del disco giocano dei singoli episodi collocati nella prima parte dove la mistura degli elementi chiamati a composizione rivelavano una cooperazione ben calibrata, all’interno della quale erano evidenti i progressi di songwriting fatti dai singoli musicisti all’interno dei side project avviati negli ultimi anni : l’influenza più decisa è forse proprio il “Phrazes for Young” uscito a nome Casablancas, anche se il processo di scrittura delle parti strumentali pare non lo abbia coinvolto.

“Angles” è un disco che a dispetto di tante – troppe – recensioni che lo davano per spacciato sin dall’ascolto di due sole canzoni su dieci, riesce a tenersi bene a galla da solo per merito delle ritmiche inconfondibili e dello stile marchiato a fuoco che caratterizza ogni nota di questa band, anche se il senso di incompiutezza ( a livello produttivo) ed eccessiva didascalità di diversi passaggi comunicano l’immagine di un disco più compilativo che corale qualitativamente non collocabile al di sopra dei primi due lavori.

Pertanto la parabola artistica degli Strokes, ultimamente vittima di analisi poco beneauguranti a causa delle tempistiche non brevi nella composizione e nel modus operandi che hanno portato a partorire questo "Angles", non registra nessun picco vertiginoso ma nemmeno una rinnovata vivacità affiancabile a quella della prima metà della loro carriera.

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Voto degli utenti: 5,9/10 in media su 28 voti.

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nebraska82 (ha votato 5 questo disco) alle 13:37 del 26 marzo 2011 ha scritto:

non mi trovo d'accordo con la prefazione della recensione, penso che accostare gli strokes a quei mostri sacri sia irriguardoso. gli strokes non hanno fatto chissà cosa, ben altra cosa erano i white stripes. sono stati un po' la faccia fighetta del "ritorno al rock" e "alla new wave" da mettere in copertina, anche se il prmo disco era molto divertente.

bargeld alle 13:42 del 26 marzo 2011 ha scritto:

Non li ha mica accostati, infatti ribadisce subito "Che misera proporzione, ma tant’è.".

nebraska82 (ha votato 5 questo disco) alle 13:45 del 26 marzo 2011 ha scritto:

sì, ho capito! ma anche soltanto accostarli in un ragionamento è irrispettoso!

MinoS., autore, alle 14:16 del 26 marzo 2011 ha scritto:

introduzione

Il mio era un modo divertente per dare un'idea della nostra "modern age"

rubens alle 16:03 del 26 marzo 2011 ha scritto:

Irrispettoso

Cerchiamo di prenderci meno sul serio, dai . E poi comunque con tutti i limiti del caso l'onda del New Rock l'hanno lanciata loro, quantomeno come fenomeno di "massa", ci son pochi cazzi. Che poi i White Stripes fossero più cool, vari e colti è un altro discorso, ma Is This It è stata la miccia, diciamolo ... Quindi si, a modo loro hanno rivoluzionato o comunque rispolverato un certo immaginario musicale, e l'hanno ri-proiettato nel mainstream più indie. O nell'indie più mainstream, che dir si voglia.

mauroparanoico (ha votato 6 questo disco) alle 18:56 del 26 marzo 2011 ha scritto:

Completamente d'accordo col recensore, ottima analisi.

bill_carson (ha votato 3 questo disco) alle 20:40 del 27 marzo 2011 ha scritto:

bolliti

fa totalmente cacare. salvo solo Machu Picchu.

ozzy(d) alle 14:34 del 28 marzo 2011 ha scritto:

un conto però è parlare di new rock, altro di indie eh! comunque erano molto meglio i black rebel motorcycle club, i gave my life to a simple chord/I gave my soul to a new religion whatever happened to my rock and rooooll!!!!!

NathanAdler77 (ha votato 6 questo disco) alle 17:46 del 28 marzo 2011 ha scritto:

Games

I Black Rebel erano + sboroni di Mickey Rourke in Harley Davidson, la versione tamarra dei Gesù & Maria In Catene...

A me 'sto dischetto diverte, nonostante Casablancas & co. siano i soliti gran paraculi (ma almeno non si prendono troppo sul serio). Sparare addosso agli Strokes è come criticare un film con Adam Sandler perché poco artistico, sai cosa t'aspetta e poi passi ad altro. In "Call Me Back" citano a piene mani "The Murder Mystery" dei VU, i signorini...E "Two Kinds Of Happiness" è la cosa + spudoratamente Cars che abbia mai sentito.

ozzy(d) alle 19:44 del 28 marzo 2011 ha scritto:

ovvio, a me i Black Rebel piacevano proprio perché sboroni centauri, poi avevano un sound fichissimo con una bella componente shoegaze ( appunto discendente dai divini JAMC, non da camomilla soporifera tipo slowdive e tutto il resto della compagnia dreampop), mica erano fighetti figli di papà come gli strokes ghghgh

target (ha votato 6 questo disco) alle 17:53 del 29 marzo 2011 ha scritto:

Dai, non è il disastro che si poteva immaginare (soprattutto dopo il solo album di Casablancas, alquanto sciapo). 3-4 pezzi divertenti da Strokes in forma (quelli dei primi due dischi) ci sono ("Macchu Picchu", "Under Cover...", soprattutto "Taken for a fool", "Life is simple"), mentre le sfumature 80 di certe canzoni (azzeccato, Daniè, il riferimento ai Cars) non mi garbano, anche se tutto sommato non svaccano nel trash. Un solo pezzo suona fastidioso ("Metabolism"), ma solo perché mi ricorda i Muse di "Showbiz", e non ce n'era bisogno. Alla fine ne esce un affare meno festaiolo-fighetto dei precedenti; un po' più falso nerd ("Call me back"), magari, ma comunque non privo di un suo perché.

stroke87 (ha votato 8 questo disco) alle 4:21 del 2 aprile 2011 ha scritto:

RE:

stroke87 (ha votato 8 questo disco) alle 4:27 del 2 aprile 2011 ha scritto:

Concordo con la recensione appena letta!!!deludente per chi ha avuto orgasmi con Is this it...cmq Taken for a fool è la migliore del cd..SPACCA TROPPO!!!

Utente non più registrato alle 11:02 del 2 aprile 2011 ha scritto:

concordo col commento di target.

REBBY alle 10:16 del 4 aprile 2011 ha scritto:

La mia prefazione è che, per come la sento io, Is this it è meglio di qualsiasi album dei White stripes. Recensione che condivido, prima facciata godibile (ovviamente per chi ha apprezzato i giovani Strokes, per gli altri ciccia anche stavolta eheh), poi dalla sesta in poi iniziano i dolori e faccio fatica ad arrivare alla fine (anche se l'ultima non è male).

gigino (ha votato 6 questo disco) alle 15:02 del 27 agosto 2011 ha scritto:

senza pretese

Si fa ascoltare