The War on Drugs
Slave Ambient
L'innovazione musicale si nutre di innesti e di ibridazioni. Le nuove propaggini conservano qualcosa della loro base originaria, da cui traggono linfa e sostegno, ma si protendono anche verso l'esterno, allontanandosi dalle radici. Il progetto The War on Drugs, da Philadelphia, aderisce perfettamente a questo processo evolutivo, assimilando quella grande tradizione americana che va dalla canzone di Dylan a quella di Springsteen, rendendola “presentabile” per i nuovi tempi (chiamiamolo indie rock) e animandola di modernità (l'elettronica). Se già era questo l'humus su cui poggiava il primo Wagonwheel Blues, allora non erano altrettanto evidenti le fughe in avanti e i fattori di contemporaneità, ancora troppo frammentari ed estemporanei. Ma ecco che i germogli sono sbocciati e han fatto frutto, contribuendo alla trasformazione del “brutto anatroccolo” (che poi così brutto non era) in qualcosa di superiore, di pregiato, privo delle asperità degli esordi.
Slave Ambient è quindi una conquista di organicità, risultante dalla perfetta alchimia tra le due anime che si spartiscono il corpo dell'album: da una parte un suono muscolare, robusto, dall'altra una base ambient costantemente lasciata a fluttuare sullo sfondo, pervadendo ogni spazio di leggeri magnetismi elettronici. E' questa costante che scorre lungo le tracce dell'album infondendo una continuità priva di strappi, come se si fosse di fronte ad un'unica suite fatta di picchi e rallentamenti (vere e proprie stasi ambient, come dimostrano gli intermezzi strumentali The Animator, Come for It, City Reprise).
E poi ci sono le canzoni, frutto di una sopraffina capacità di scrittura. La psichedelia leggera di Best Night costituisce un primo assaggio di questa capacità: un'intro sommessa dove si dispongono con cura gli elementi distintivi di Slave Ambient, un'armonia fatta di layers che si sovrappongono senza mai scavalcarsi, dove ogni elemento è inserito con accortezza e decorativo senso d'insieme. I Was There è il brano migliore per afferrare questo piacevolissimo senso della composizione: accordi di piano che tratteggiano la melodia, arricchita dagli eleganti orpelli onirici della chitarra, il tutto sospinto da una ritmica lenta ma portante e un lirismo (merito di Adam Granduciel) evocativo ed enfatico.
Ma i pezzi più significativi sono quelli dove si scatena tutta la fisicità di Granduciel e soci: fisicità sempre dosata, ma plastica e tangibile. Brothers, Your Love is Calling My Name e It's Your Destiny implementano la grazia degli arrangiamenti con un incedere fiero, sicuro, dovuto per lo più ad una ritmica che rimanda agli Arcade Fire più springsteeniani, spogli però degli elementi da camera che contraddistinguevano l'ensemble canadese. Più psichedelia, più elettronica, più krautrock (Neu!, La Dusseldorf), questi gli ingredienti decisivi. Capolavori di questa tipologia di brani sono Come to the City, votata ad un crescendo che vede il suono gonfiarsi progressivamente (con evidenti echi shoegaze), ma soprattutto la splendida Baby Missiles dove la sintesi delle diverse influenze raggiunge il suo apice, con quella base sontuosa di organo, il drumming lanciato in un up-tempo trascinante, una performance canora invidiabile, la melodia sviluppata in un vorticoso gioco di riempimenti e messe a fuoco, con il risultato di incasellare un climax dopo l'altro, regalandoci uno dei brani più coinvolgenti del 2011.
La chiusura è affidata al folk-rock puramente dylaniano di Black Water Falls, tratto dalle sessioni dello scorso Wagonwheel Blues, lasciandoci con un commiato soffuso e nostalgico. Un disco da non perdere, gonfio di classicismo ma incredibilmente teso in avanti, dispensatore di canzoni memorabili e stranianti ibridazioni tra generi. Caldamente consigliato.
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