R Recensione

7/10

The Week That Was

The Week That Was

Vi ricordate tanti anni fa, quando si restava a bocca aperta davanti alle mirabilie di un Led Zeppelin II, di fronte ai fenomenali effetti di un The Wall o al cospetto degli impareggiabili miscugli sonori di un qualsiasi lavoro di Frank Zappa?

Dischi che segnavano un’epoca, e ne uscivano a raffica!

In questi ultimi mesi (giusto per circoscrivere il discorso) c’è un diluvio di nuove uscite, le etichette discografiche si moltiplicano, molti artisti si muovono come indipendenti, MySpace e YouTube paiono fucine inesauribili, eppure per trovare un disco che ci colpisca un minimo dobbiamo scovarne a centinaia.

E si arriva al punto che un mensile fra i più diffusi worldwide (Mojo per la precisione) assegni la palma di disco del mese (quella che una volta veniva vista come l’obiettivo di una vita per l’artista medio) all’opera prima dei The Week That Was.

Ovvio che la curiosità ci assale, e trattandosi di una band alla prima uscita non stiamo nella pelle, speranzosi di incrociare il nostro destino finalmente con un disco di svolta.

Ci documentiamo il minimo indispensabile e scopriamo che il combo nasce dall’intraprendenza di Mister Peter Brewis, colui che in compagnia del fratello David fu il principale responsabile della ragione sociale Field Music.

Quasi con ansia ci mettiamo le cuffiette sperando di sobbalzare sulla sedia come quando ci capitò fra le mani per la prima volta il crescendo iniziale di “Where The Streets Have No Name” o l’assalto di “The Queen Is Dead”.

Ebbene, qui troviamo “Learn To Learn” che è un bel sentire, perfetto per la Generazione Indie del nuovo millennio, poco più di tre minuti che non fanno perdere tempo fra una news di Repubblica.it e la formazione da schierare per la prossima giornata del Fantacalcio.

Ancora meglio i 2’42 della successiva “The Good Life”, ma siamo già ad un quarto del disco e solo dopo una ulteriore mezzoretta scopriremo di aver già consumato le portate migliori del dischetto.

Dal punto di vista testuale Mister Brewis ha preso spunto da un intricato racconto di Paul Auster per indagare le interrelazioni esistenti fra essere umano e mondo dei media, ne scaturisce una sorta di mini concept album che purtroppo velocemente si ripiega su se stesso con lo scorrere delle tracce.

La leggenda narra che gli otto pezzi furono scritti nel 2007 in una sola settimana, in un periodo nel quale Brewis decise di fare a meno della televisione, periodo che lo portò a riflettere su come e cosa potrebbe essere il mondo odierno senza la presenza dei mass media.

In molti hanno definito il contenuto di questo esordio “pop noir colto”, ed in effetti dopo l’arrembaggio iniziale, sonorità più tenui prendono il sopravvento, con il piano spesso a farla da padrone (come nel caso di “It’s All Gone Quiet”), e soluzioni malinconiche che hanno la meglio sulle intuizioni più wave - rock oriented.

I sontuosi arrangiamenti di “The Airport Line” diventano però eccessivi arzigogoli, che raggiungono l’apoteosi nella successiva “Yesterday’s Paper” (qualcuno ha scomodato imbarazzanti paralleli con il prog rock di Genesis e Yes…): siamo in un thriller di quelli dove l’autore non sa come chiudere il libro e rischia di dilungarsi su aspetti inutili.

Ed infatti sia con la già citata “Yesterday’s Paper” che con “Come Home” i nostri si incartano un po’ e si fatica a trovare il bandolo della matassa, fino all’arrivo della conclusiva “Scratch The Surface” dove si torna a respirare un po’ di elettricità (non soltanto in senso puramente chitarristico).

Sarà che con la crisi dei mercati finanziari si respira un’esigenza generalizzata verso il disimpegno ed a sfavore della cervelloticità a tutti i costi, sta di fatto che l’esordio di questi The Week That Was è senz’altro una delle cose più interessanti ascoltate negli ultimi tempi, ma da qui a gridare al miracolo e ad annunciare ai quattro venti il capolavoro non ci passa un mare, ma un oceano intero.

E poi occhio, caro Brewis, probabilmente senza la spinta del web oggi ti conoscerebbero a malapena i vicini di casa.

V Voti

Voto degli utenti: 5,5/10 in media su 2 voti.
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C Commenti

Ci sono 2 commenti. Partecipa anche tu alla discussione!
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target (ha votato 6 questo disco) alle 15:52 del 15 novembre 2008 ha scritto:

The weak that was

Avevo letto anch'io recensioni molto lusinghiere. Ma onestamente mi dicono davvero poco. E dischi di otto canzoncine ormai li fa solo Vasco... Mmh. Debole.

Roberto Maniglio (ha votato 5 questo disco) alle 11:35 del 16 novembre 2008 ha scritto:

Secondo progetto parallelo per i Field Music, dopo i "School of Language". Leggermente migliore questo "The week that was", rispetto al progetto "School of Language". Ma questi Field Music mi sono sembrati sempre sopravvalutati. Poi non vedo la necessità di progetti paralleli composti più o meno dagli stessi protagonisti e dalle stesse sonorità del gruppo madre: mi puzza di operazione commerciale.