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7/10

Thomas Cohen

Bloom Forever

Thomas Cohen, con il suo esordio “Bloom Forever”, ci accompagna lungo il suo personale percorso ad ostacoli: lo scioglimento degli S.C.U.M., creatura fulgida ma, evidentemente, mal assemblata, la scomparsa della moglie Peaches Geldof, il lutto, la rinascita. Tutto procede cronologicamente ordinato (dal primo brano scritto nel 2012 a quelli del 2015) nella tracklist di un esordio spiazzante e stralunato, che cammina lungo coordinate che mai ci saremmo aspettati dal leader di una delle band più allettanti del nuovo rock britannico.

Sì, perché “Bloom Forever” abbandona il futurismo pop ovattato ed espanso di “Again Into Eyes”, cedendo ad una bizzarra infatuazione per certo cantautorato americano anni Settanta che unisce tanto Neil Young (“Bloom Forever”, nel suo procedere molle e dolente è una curiosa reinterpretazione moderna di “On the Beach”) quanto un Gene Clark sghembo (l’andazzo ciondolante e disinvolto di “Hazy Shades”), dimostrando una sensibilità alt-country sbilenca, tremolante, eppure al contempo solida negli arrangiamenti (“Country Home”, con quel piano saltellante, le carezze della slide, un complessivo strutturarsi “classico” tra rifiniture chamber e dosato incalzare dei climax).

Un album che si rafforza brano dopo brano, con un Cohen sempre più a suo agio nel nuovo ruolo di songwriter solista: dalla lunare e psichedelica “Honeymoon” (un fumoso soul impiantato su un background di chitarre sfumate e fluttuanti, con diversi assi nella manica, uno su tutti il sax di Jens Hansson che fa molto Timber Timbre), alla potente, corale, nashvillianaAin’t Gonna Be No Rain”, passando per l’intrigante ordito chitarristico di “Morning Fall”, impreziosito dalle venature del Rhodes e da una elegante sessione ritmica (il bassista Sveinn Jónsson fa un grande lavoro, produzione compresa), fino ad una “Only Us” che sembra uscita da “If I Could Only Remember My Name”.

Una buona backing band e una manciata di idee ben strutturate permettono a Cohen di ricostruire pienamente la propria identità artistica: “Bloom Forever” è un esordio notevole, dotato di una forte vena visionaria, capace di seguire piuttosto ostinatamente direzioni per nulla scontate, portandosi appresso la promessa di un grande potenziale da sviluppare. Forse sarebbe da caratterizzare maggiormente l’interpretazione (questa sì ancora in precario equilibrio tra il vibrato nasale derivato dall’esperienza S.C.U.M. e un lirismo più corposo e strutturato), ma il piatto servito rimane gustosissimo.

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