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R Recensione

6/10

Titus Andronicus

Local Business

La genialata dei Titus Andronicus nei due dischi precedenti era stata quella di cantare attraverso la sua stessa tradizione l’America che ha distrutto se stessa. Se in “The Airing of Grievances” e in “The Monitor” la band capitanata da Patrick Stickles suona reazionaria, lo fa secondo un calcolo a suo modo formidabile, e che ne ha decretato il successo. Rockenrolle, folk, country e punk per dire all’America, rifacendole il verso, che è morta. “Local Business”, con la sua copertina da disco classico e coca-cola per l’indie rock, prosegue la battaglia, ben conoscendo il proprio destino di sconfitta. Il problema è che, per buoni tratti, perde davvero.

Meno ambizioso dell’eccellente e stortissimo debutto (per me, il loro capolavoro) e di quel concept generazionale imponente che era “The Monitor”, questo terzo disco segna uno stallo sia nei testi, riempiti di autocitazioni che rischiano di diventare masturbatorio rimasticamento, sia nella resa sonora, più pulita rispetto agli scorsi lavori, e ancor più in secondo piano rispetto all’impeto del cantato. Stickles vomita parole senza sosta, da instancabile predicatore esistenzialista e nichilista, urlando e stonando, macinando la chitarre che sotto a lui, spesso, sembrano andare con il pilota automatico.

La formula funziona dove si avverte maggiore continuità coi primi due dischi: vedi “Ecce homo”, la cui devastante verbosità, puntellata da calembour depressivi e rime eccentriche in un mini tour senza speranze della giovane America («I was born into this now I'm dying because of it»), porta Heidegger al college («I Know it’s a lot more than just being bored, I know it’s nothing more than just being born»); vedi “Still Life With Hot Deuce On Silver Platter”, nel suo ritmo frenetico poi svolto in un rock scoraggiato; o, ancora, “Upon Viewing Oregon’s Landscape With the Flood of Detritus”, con glockenspiel e il solito Springsteen stravolto da angry young men sfatti dagli anni buttati nel cesso («I gave my youth to yelling at rivers that refused to flood with angry tears / Now abundant beers await to erase redundant years»).

Qua i Titus tengono duro, fanno i tetragoni e assieme travolgono, rimangono solidi against them e assieme ti vengono addosso con la loro furia cazzona (e colta). E se la cavano pure quando mettono i violini (“In A Small Body”) o intonano nuovi inni provinciali (“In A Big City”).

Altrove però perdono, prima ancora che la scrittura, la misura. Alcuni pezzi vengono prolungati all’eccesso (“My Eating Disorder”, che penzola tra hard rock e post punk con testosteroni, l’afflizione strascicata di “Tried To Quit Smoking”), altri sono troppo scorciati, fino a diventare insipidi riempitivi che non aggiungono nulla al quadro (“Food Fight”, “Titus Andronicus vs. the Absurd Universe (3rd Round KO)”, ma anche “(I Am the) Electric Man”). Qua “Local Business”, molto semplicemente, annoia. Risulta al contempo troppo cerebrale e troppo votato alla resa live casinista-populista, secondo una demagogia engagée che fa male al disco e lo scompatta.

La cosa positiva è che di rabbia, i Titus Andronicus, ne hanno ancora molta, e ben indirizzata, in parte, verso se stessi, come deve. Il global business non li ha né imbellettati né sfregiati troppo. Sarebbe un peccato se, per eccesso di nichilismo, ci pensassero a farlo loro.

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Voto degli utenti: 5,5/10 in media su 1 voto.
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C Commenti

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nebraska82 (ha votato 5,5 questo disco) alle 23:51 del 30 ottobre 2012 ha scritto:

concordo in pieno col recensore.