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6,5/10

To Kill a King

To Kill a King

La proposta dei londinesi To Kill a King ci riporta dritti dritti alla fine del decennio scorso. La formula della band britannica recupera infatti il sound di Fanfarlo, Maccabees e Pete and the Pirates saltando l'update elettronico e le movenze arty che, nel bene o nel male, hanno coinvolto molte delle band di quella stagione. Vocalizzi enfatici, aromi folk (via Mumford & Sons), arrangiamenti da camera e chitarre portanti. Tutto messo al servizio di una forma canzone lineare e catchy, seppur declinata in coinvolgente anthem-rock.

Se non fosse per la notevole sensibilità melodica dei brani di questo sophomore il disco rischierebbe la squalifica del “già sentito”. E invece i To Kill a King si servono di una sorta di archetipo brit-rock per un'operazione di conquista intelligente (anche se condotta sul filo del rasoio) del mainstream. Un mainstream approcciato grazie alle collaborazioni con nomi quali Bastille e che ora viene rivendicato come territorio di conquista.

Sono pezzi come “Compare Scars”, “Love is Not Control” o “Grace at a Party” a segnare il passo: caracollanti bozzetti indie rock dove ad un chitarrismo di derivazione post-punk -levigato da ogni asperità- si alternano irresistibili ritornelli in crescendo, il tutto incanalato verso profumate aperture corali. La band dosa sapientemente gli ingredienti, passando dagli arrangiamenti da camera della gonfia “Oh My Love”, fino agli ammiccamenti arty che speziano brani come la delicata “The Chancer” o la caramellina pop di “School Yard Rumours”.

I To Kill a King dimostrano di gestire bene le dinamiche di un suono non originalissimo ma ben confezionato, elegante e di buon gusto. A spiccare su tutti, però, un vocalist ispiratissimo: Ralph Pelleymounter è il vero valore aggiunto di una proposta che, pur non spiccando, evita certamente le scorciatoie di comodo. C'è un cuore che batte, insomma, in queste undici canzoni. Il mainstream se ne accorgerà? Le basi ci sono tutte.

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