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R Recensione

8/10

Toy

Join The Dots

L'esordio dei Toy poteva rimanere una grandiosa meteora. Sono stati diversi i gruppi, negli ultimi anni, a dimostrare grandi potenzialità per poi scomparire nel nulla (Official Secrets Act, S.C.U.M, Airship...). Invece no, la band londinese non ha nessuna intenzione di fermarsi, sfornando a poco più di un anno dallo splendido lavoro omonimo un seguito che non sembra vedere indebolita la dirompente proposta dei cinque.

Conductor apre questo Join The Dots con una lunga cavalcata strumentale, come a voler creare un ponte tra il primo e il secondo lavoro: la sessione ritmica tipicamente motorik impone il passo ad incursioni chitarristiche sempre più efferate, all'insegna di fitti strati space, nebulose psych, moduli scomposti e pulsanti. You Won't Be the Same, il pezzo successivo, segna invece un netto cambio di rotta, con le sue chitarre meno corrosive e più jangly (che si ripresenteranno in To a Death Unknown) che, assieme all'immancabile tensione psichedelica celebrata dalla splendida coda, sposano fragranze Paisley e movenze indie più spiccate (interessanti i rimandi, fatti altrove, a band come Television Personalities).

Il grosso dell'album è però dominato dalla formula “psych-pop-gaze” a noi nota, caratterizzata da un corredo di patterns ritmici krauti e strascichi di chitarre shoegaze in costante fusione con i synth traslucidi. Una formula assodata ma ancora in grado di affascinare grazie ad un'interpretazione genuina ed impeccabile, che non fa mai venir meno il pregevole equilibrio tra le componenti: It's Been So Long è una tiratissima perla psichedelica immersa in fondali lisergici in perenne evoluzione, Left To Wander è un elegante bozzetto pop-kraut a base di deliziose linee sintetiche e un esemplare interplay tra Dougall e O'Dair, Endlessy un piccolo trionfo di nuovo brit-rock, Too Far Gone To Know è un lento dipanarsi tra nebbie lisergiche, preziosismi elettronici e arie elegiache (una sorta di ibrido tra Slowdive e Crystal Stilts), mentre Frozen Atmosphere gioca con la plasticità melodica del giro di basso, mutevole nel suo assumere una funzione essenzialmente ritmica nel refrain lirico ed espanso. Le chicche psichedeliche non sono finite. Fall Out of Love ripropone i Toy che avevamo più amato un anno fa, quelli che plasmavano su ganci melodici impeccabili un'epica shoegaze fatta di chitarrismo incendiario, scomposizione delle textures e profondità sonica siderale. Impossibile non citare infine il singolo Join The Dots, modellato su un perenne pulsare di basso per una cavalcata mozzafiato, un ganglio di innesti sonori che si intrecciano, si scavalcano, si mescolano, il tutto sui binari propulsivi di una rigorosissima meccanica ritmica.

Quella che si registra, in definitiva, è una maggiore cura in sede di arrangiamento che, pur non creando grandi fratture sostanziali con quanto fatto nel 2012, smorza in misura consistente l'irresistibile carica dell'esordio. I pezzi appaiono meno spontanei, anche se si guadagna terreno nella resa pop dell'insieme e nella rifinitezza della scrittura. Un album di assestamento, che pur non raggiungendo i livelli dell'esordio, conserva una personalità granitica. I Toy dominano la loro creatura sonora proponendo uno stile unico. Una seconda prova per niente facile che conferma la stazza di una band sulla cui tenuta siamo pronti a scommettere.

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Voto degli utenti: 7,1/10 in media su 19 voti.
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Lepo 7,5/10
Dr.Paul 7,5/10
gramsci 8,5/10
andy capp 8,5/10
VDGG 5,5/10
REBBY 8,5/10
raf 8/10

C Commenti

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Lepo (ha votato 7,5 questo disco) alle 0:15 del 18 dicembre 2013 ha scritto:

A me è piaciuto anche più del primo, più grezzo nel sound e nella produzione. Gran bella realtà, i TOY!

bill_carson (ha votato 4 questo disco) alle 8:30 del 18 dicembre 2013 ha scritto:

odiosi. e poi abbasta 'co ste voci del menga.

Cas, autore, alle 9:25 del 18 dicembre 2013 ha scritto:

al di là del giudizio sul disco, che può benissimo non piacere, io continuo a non capire le polemiche sulla voce del cantante. una voce normalissima, composta, che tra l'altro riesce a superare ottimamente la prova del live... monocorde, va bene, ma nel contesto ci sta benissimo. sinceramente un canto più lirico e modulato non so quanto ci azzeccherebbe qui dentro...

Franz Bungaro (ha votato 7,5 questo disco) alle 9:42 del 18 dicembre 2013 ha scritto:

D'accordissimo su tutto con Matteo. Solo mezzo voto in meno per me, poi per il resto sottoscrivo!

hiperwlt (ha votato 7 questo disco) alle 11:00 del 18 dicembre 2013 ha scritto:

In generale mi sembra un lavoro in continuità con l'esordio (tempi strettissimi tra i due dischi, non poteva essere altrimenti), nella gestalt addirittura più ruvido (come dice Lepo), e con qualche soluzione inedita (il tiro jangly di "You Won't Be The Same", come scrive Matteo). Manca, però, un vero masterpiece (lo era "My Heart Skips a Beat) a renderlo memorabile. Momenti migliori: "Endlessly" in blocco (il momento più compatto), specie il finale in cui la melodia, invece di generarsi ed espandere, rimane liminale e poi collassa; il motorik esaltante di "Conductor", in modo particolare nel vuoto centrale - davvero fantastico; la fuga distorta della title track; certe traiettorie vocali (il ritornello di "You Won't Be the Same", ad esempio). Recensione che mette a fuoco benissimo la direzione del disco - e d'accordo con Matteo al 100% sulla questione voce: opinioni, ma non vedo dove sia il problema.

Lepo (ha votato 7,5 questo disco) alle 12:29 del 18 dicembre 2013 ha scritto:

Secondo me la title track se non è capolavoro, poco ci manca: tiratissime linee di basso e batteria unite a chitarre noise come mai le hanno prodotte i nostri, il tutto condito con una nenia vocale quasi barrettiana, vanno a formare una cavalcata lisergica davvero pregevole, a mio avviso potrebbe essere addirittura la loro migliore.

target (ha votato 6 questo disco) alle 11:38 del 18 dicembre 2013 ha scritto:

Molto simile al precedente, ma non di poco minore.

Dr.Paul (ha votato 7,5 questo disco) alle 14:47 del 18 dicembre 2013 ha scritto:

bello, il secondo disco che tiene botta al primo, non è così scontato...

REBBY (ha votato 8,5 questo disco) alle 17:29 del 30 maggio 2014 ha scritto:

Bello si, il primo era stato una sorpresa, il secondo è una conferma (e non era così scontato, giusto), ma il difficile viene adesso ... Non c'è due senza tre eheh

Ivor the engine driver alle 11:19 del 20 dicembre 2013 ha scritto:

Per ora mi piace più del primo, continuo anche io a non sopportare il timbro del cantante, Spacemen 3 a parte, chiunque faccia psych co sto accento british (vedi Hookworms) istintivamente mi va in collisione con la musica...è una mia fissa lo so

Suicida (ha votato 5 questo disco) alle 10:25 del 22 dicembre 2013 ha scritto:

Non ho mai apprezzato il revival-qualcosa (tranne rarissime eccezioni), soprattutto se privo di sostanza o di un minimo slancio emotivo appartenente alle origini. Qui non siamo distanti dalla solita roba che ci propina la Gran Bretagna ultimamente, indie con pretese kraut-gaze (?!!) prodotto in un finto lo-fi. Not my cup.