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R Recensione

6/10

Vandemars

Blaze

Vandemars è un gioco di parole tra francese e inglese, dal significato letterale di “avanguardia di Marte”. Un nome dal significato chiaro: questo gruppo italiano non ha assolutamente nulla a che vedere con l’Italia, potrebbe venire da qualsiasi luogo del mondo e anche al di fuori di esso. È proprio un luogo lontano che si immagina ascoltando Blaze, ma la voce di Silvia Serrotti, scaldandosi, sussurrando ed esplodendo, sembra riuscire a renderlo più vicino che mai. Oltre gli effetti di produzione (compiuti da Paolo Benvegnù) nei quali la voce di Silvia materialmente si riproduce sovrastandosi in cori e contro-cori, è la sua passionalità a dare l’impressione di una reale moltiplicazione delle parole. Emerge da brani come “Naked and pure”, in cui riesce a riprodurre l’effetto straniante e riconciliatore della Cat Power di Moon Pix, ad altri come “My Cage” in cui rivela la grinta di origini punk di PJ Harvey, fino a sfiorare la sontuosa violenza vocale della Skin degli Skunk Anansie in “It’s mine it’s yours”.

Ma i Vandemars non sono solo Silvia Serrotti. Sono anche e soprattutto Francesco Pititto, con il suo basso vigoroso e fondamentale che da alla maggior parte dei brani la linea guida senza cui non avrebbero mai la stessa forza. E sono anche Francesco Bucci, che attraverso la sua batteria sposta letteralmente la musica da un genere all’altro, cambiando ritmi con un’agilità straordinaria: si ascolti “A circle for me” o “Come out” per avere un esempio. E i Vandemars sono anche i due chitarristi Stefano Romani e Gabriele Coppi, che con i loro intrecci di arpeggi riescono addirittura a sostituire la ritmica essenziale della batteria nella bella ballata “Victim” (dove Paolo Benvegnù accompagna Silvia Serrotti alla voce), creando in tutto il disco atmosfere spettrali e magiche, degne di un luogo che potrebbe tranquillamente non appartenere alla Terra.

Blaze è un album interessante, una bella dimostrazione della direzione verso cui una parte dell’indie italiano si sta dirigendo. La mano di Paolo Benvegnù sulla produzione è pesante, ma non invadente per un gruppo ormai quasi del tutto affermato: i Vandemars sono insieme dal 2005 e lo scorso anno si sono conquistati la prima consacrazione con la vittoria del titolo di miglior band toscana all’ “Italia Wave 2010”. Eppure si sente sin dal primo ascolto una mancanza, qualcosa che nemmeno alla quinta, la decima, la ventesima ripetizione dell’album compare riuscendo a rapire l’ascoltatore, a portarlo davvero in un luogo lontano dalla Terra. È una lacuna che non deve venire ignorata, perché i Vandemars sono un gruppo apparentemente completo, sul quale spicca la splendida voce di Silvia Serrotti. Ed è forse proprio questa a dare l’impressione, elevandola a simbolo di tutto il disco, di non essere sfruttata al massimo, di non arrivare mai a raggiungere la sua ideale estensione, come si trovasse bloccata dentro schemi irrigiditi da un’influenza musicale troppo circoscritta, che alla lunga rischia di impoverire l’emozione trasmessa all’ascoltatore.

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