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R Recensione

6/10

Zulu Winter

Stutter

Sono ritornati per spegnere le luci. Le luci, per intenderci, sono quelle del brillante Language (2012), tra i titoli da ricordare del nuovo indie d'inizio anni dieci. Se l'esordio degli Zulu Winter sviluppava una personale proposta fatta di umori r&b trascritti in salsa dream-pop (una formula destinata a far scuola), con il sophomore d'addio, Stutter, le cose cambiano. Le strutture si semplificano, i brani sono uniformi e decisamente meno variopinti, gli sviluppi più lineari e convenzionali. La plasticità di pezzi come "Let's Move Back to Front" o la texturologia che contraddistingueva l'evolversi armonico della prova di due anni fa sono lasciati dietro le quinte.

Un commiato sotto tono, dunque. Dieci brani ripescati dall'inventario della band, che ha ben pensato di lasciare un ultimo ricordo di sé prima dello scioglimento (“There's no love lost and we'll still be writing together in various forms but for the moment it won't be as Zulu Winter”, il commento affidato a Facebook il 5 giugno).

Si parte con “Trigger”, dominata da un tema chitarristico ammiccante e vintage, che guida il brano tra torpori soul e rallentamenti dreamy. La stessa atmosfera la troviamo nella successiva “Games”, costruita su un pulsante basso dance e su un sound dal gusto soul-glam. E se “Heavy Rain” gioca con una psichedelia morbida e sfumata (uno dei brani più affascinanti del lotto), “Feel Love” fa leva su un retro-futurismo a base di synth e manipolazioni electro che sfociano nella grandeur del ritornello. Più compostezza e pacatezza, per un risultato che si divide tra soul-pop sofisticato (“Other Man”), tentazioni prog (“I Need You Onside”) e robuste cavalcate psych settantiane (“Let Sleep Close Your Eyes”).

Né gli avventurosi vocalizzi di Will Daunt (si prenda la prova in falsetto, a dir poco imbarazzante, di “Bodies”) né le acrobazie compositive degli esordi fanno capolino in questi dieci pezzi strappati dall'ombra. Non abbiamo di fronte un completo buco nell'acqua: i brani in scaletta si muovono sufficientemente sinuosi e scorrevoli, ammaliando anche in qualche occasione. Peccato che non si possa parlare del classico “lavoro di transizione”: gli Zulu Winter escono di scena anonimamente, con un album che non ha alcun senso se non quello di togliersi qualche sassolino dalle scarpe. La formalizzazione dell'uscita di scena, dunque, appare del tutto superflua. Forse era meglio lasciarle accese, le luci di Language.

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