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R Recensione

7,5/10

Placebo

Placebo

Come suonava il primo lavoro a firma Placebo a chi lo ascoltava in quel luglio 1996, in quel tripudio sonoro di britpop, indie, post-rock ed elettronica? Troppo giovane, allora, per ricordarmi di un androgino Brian Molko alle prime armi, ricorro all'aiuto di materiale d'archivio.

- “La rivincita del rock androgino. Ruvido, molto poco rassicurante, emotivo fino al midollo […] una consistenza nettamente superiore alla maggior parte delle band sue contemporanee in campo rock” (Rumore).

- “They are, you see, not a band for half measures […] Placebo are about as far from the drab Britpop terraces as it's possible to get without building an igloo” (NME).

- “Placebo are a serious band. They’d never ever align themselves with such banal, fifth generation nonsense and lowest common denominator product […] the most exciting and potentially most important new band to leap above the parapet this year” (Melody Maker).

- “Molko is the ultimate rock chick anyway, and Placebo might just turn out to be the real thing. After Britpop's abysmal showing in the U.S., the band stands destined to be the saving grace for British music stateside, even though none of its members hail from the U.K” (Rolling Stone).

- “Le premier album de Placebo réconcilie le rock avec ses déserteurs : fulgurance, frustration, panache et dynamique. Depuis les Pixies et Nirvana, on n'avait pas entendu rock aussi violemment voluptueux, aussi sauvagement tendre que dans les chansons troublantes de Brian Molko, star déjà authentifiée par Bowie ou Iggy Pop” (Les Inrockuptibles).

Insomma, i Placebo apparivano unici, ambigui, aggressivi, ma soprattutto autentici: tutto il contrario del fenomeno da baraccone che descrivevo anni fa, spacciando la band per l'ennesima trovata di rock-marketing in salsa MTV. Sarà che allora qualsiasi cosa minimamente in grado di strizzare l'occhio al pop e all'easy listening mi suonava come una minaccia, sarà che non riuscivo a separare la band che conoscevo per esperienza diretta (quella che nel tempo si era nettamente impoverita rispetto ai primi lavori) da quella che era stata nella seconda metà degli anni Novanta. Una cosa è certa: sbagliavo su tutta la linea.

Brian Molko e Stefan Olsdal, conosciutisi durante gli studi in Lussemburgo, formano i Placebo a Londra, assieme al batterista Robert Schultzberg: un americano, uno svedese, uno svizzero, quanto di più lontano si possa immaginare dal “prototipo” britpop allora in voga. Outsiders in tutto e per tutto, i Placebo si propongono come un misto di incazzatura punk-wave, pose glam decadenti, suoni taglienti e sporchi (dal retrogusto Pixies), strutture chirurgiche, serrate. C'è come una rabbia repressa, sibilante, in “Placebo”, che esce nel luglio 1996 con i singoli “36 Degrees”, “Teenage Angst”, “Nancy Boy” e “Bruice Pristine”. Brani elettrici, nervosi, spigolosi (“36 Degrees”, “Nancy Boys”), madidi di un profondo mal de vivre (“Teenage Angst” e il suo verso “since I was born I started to decay”), oppure impattanti e noise, in un saliscendi di progressioni chitarristiche che ricorda i migliori Sonic Youth (“Bruise Pristine”). A spiccare su tutto l'interpretazione di Molko: vocalist dalla grande presenza scenica e chitarrista creativo, capace di dar vita a tessiture eleganti ed espressive. Notevole anche il lavoro della sezione ritmica, caratterizzato per una precisa funzione spaziale e strutturante, non di mero accompagnamento.

Oltre ai singoli, però, c'è di più (lo notavo, ad esempio, ascoltando “Once More With Feeling. Singles 1996-2004”: per nulla esaustivo nel descrivere l'essenza dei Placebo). I pezzi forti, qui come nel successivo “Without You I'm Nothing”, sono anche altri, quelli dove Molko e soci sfoggiano con maggiore libertà il loro estro compositivo, esaltando una predilezione per raffinati incastri ritmici, per variegate partiture chitarristiche, per una sensibilità melodica superiore. Parlo di “Hang on to Your IQ”, ad esempio, con le sue turbate progressioni di accordi che, incastrate tra patterns rutilanti, riescono infine a sganciarsi in una coda aperta, liberatoria; o di “Lady of the Flowers”, intenso meccanismo di saliscendi emozionali, con la chitarra lamentosa di Molko impegnata in uno swingante gioco timbrico-armonico, mentre Olsdal e Schultzberg saldano il tutto con appassionata dedizione, assecondando i mutamenti di umore, i cambi di intensità che rendono viva la composizione.

Un album, in poche parole, libero, slacciato dalle principali tendenze dell'epoca, ancorato solo alle esigenze espressive del frontman Molko, dedito ad una sorta di originale operazione “emo”, cioè quella di creare una musica fatta su misura per la sua angoscia, la sua ambiguità, il suo contorto (ma conturbante) universo sensoriale. Rispetto al successivo “Without You I'm Nothing”, più maturo e posato, “Placebo” trae fascino da un'asprezza che non si limita ad una semplice attestazione di presenza, ma va oltre: sperimenta (i suoni sono curati da Brad Wood, già al lavoro con i Tortoise), rivendica spazi autonomi, provoca senza timore o senso d'inferiorità. Un primo passo coraggioso e per nulla scontato: la battaglia, a conti fatti, è stata vinta.

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Qui sotto la versione originale del mio primo (controverso) approccio ai Placebo.

La storia dei Placebo è una storia molto semplice: è la storia di tante altre band che pretendono di fare della musica rock, ma non capiscono che non è sufficiente impugnare una chitarra elettrica per farlo, non bastano ritmi serrati, distorsioni, voci incazzate, pose ambigue e provocanti, per essere consacrati nell’universo del rock’n’roll. Certo però questi elementi bastano, anzi, sono tutto quello che serve per entrare a far parte della grande famiglia del music business, nella accogliente e calda casa Mtv, tanto per intenderci. Proprio all’interno di questa grande famiglia i Placebo pubblicano cinque album praticamente identici, rivolti ad ogni adolescente in cerca di lacrimucce facili e “rumori” digeribili, proponendo un sound mutuato dai Pixies, dal brit-pop in voga all'epoca e dal glam , ma con una bella lavata ed una sapiente patinata, in modo da renderlo, come dire, largamente accettabile e non troppo offensivo.

Ora, nonostante questa sparata di perfidie nei confronti dei nostri Placebo, va detto che una cosa la sanno fare, cioè scrivere delle belle canzoncine, buone da mettere nell’iPod e da canticchiare con rilassante superficialità. Ed il loro primo album inaugura appunto questo percorso, con risultati tutto sommato non ancora negativi, soprattutto se lasciamo da parte il senno di poi, e ci accontentiamo di spingere lo sguardo ad includere al massimo il successivo Without You I’m Nothing.

Si tratta di 10 canzoni che variano dal prudentemente tirato al lento e malinconico e che riescono nonostante tutto ad emozionare.

La prima traccia, Come Home, è aperta da un ritmo serrato di batteria e dal modesto rumorismo della chitarra. Ed eccola alla sua prima comparsa, giunge la voce nasale ed effeminata di Brian Molko, destinata a rimanere inconfondibile negli anni a venire. Una chitarra tagliente sorregge la voce nel ritornello per poi riprendere senza nessun mutamento il tema iniziale. Insomma, un inizio senza nessuna pretesa, semplice e diretto, apprezzabile.

La seguente Teenage Angst si fa ascoltare piacevolmente per le linee melodiche nette e pulite, così come quelle ritmiche, precise e regolari. Il tutto per uno di quei pezzi disimpegnati e spensierati adatti da ascoltare quando il cervello è troppo carico.

Bionic propone la forma canzone classica dei Placebo a venire, sicuramente azzeccatissima e di grande presa sul grande pubblico (ma anche sul sottoscritto, diciamolo). E così le stesse parole ripetute in una simmetria senza sbavature giungono alla fine.

36 Degrees, Nancy Boy e Bruise Pristine seguono gli stessi schemi, inutile analizzarle una per una.

Arriviamo dunque alle ballate, forse i momenti migliori di questo album.

Hang On To Your IQ, I Know e Lady Of The Flowers propongono con discreto successo sonorità delicate ed intimiste, cariche di sentimentalismo adolescenziale che a volte fa piacere riconsiderare.

Peccato per l’ultima traccia e la ghost track, che tentano di proporre una sorta di post-rock con il triste risultato di registrare la base musicale inutile di un pezzo pop.

Non si tratta comunque un ascolto traumatico, anzi: si può decisamente apprezzare l’innocenza e l’ingenuità con cui i Placebo giungono all’età adulta.

Presto però, con lavori come Black Market Music e Sleeping With Ghost, non si potrà più parlare né di innocenza né di ingenuità…Poco male, di buona musica da ascoltare ce n’è tanta.

Diamoci allora a quella senza alcun rimpianto.

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Vikk 8/10
Moon 5/10
leax 7/10
loson 7/10
lisa 8/10

C Commenti

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Peasyfloyd (ha votato 8 questo disco) alle 9:11 del 5 settembre 2007 ha scritto:

mh

vorrei fare una critica che spero sia costruttiva: io penso che quando si recensiscono "classici" o album cmq più o meno vecchi non si debba farlo pensando a un confronto con gli album successivi. Personalmente ritengo che il recensore, pur restando a conoscenza di quello che può aver significato succesivamente nella storia il tale disco-artista, debba cercare di porsi cronologicamente nel contesto storico del disco appena uscito. In modo da cogliere differenze e parallelismi con la scena del periodo e offrire (facoltativo) un'interpretazione personale critica. Questo procedimento (che in genere svolgi sempre molto bene) mi sembra che qui venga a mancare. A parte il fatto che io qualche riferimento alla scena grunge l'avrei inserito (più che altro per attitudine sonora, non certo per appartenenza), cmq il punto è che non si può parlare dell'esordio di un gruppo mettendolo a confronto con la carriera (4,5 o 15 dischi che siano) successiva. Perchè alla fine mi sembra che la recensione sia viziata da questo problema di fondo: che tu parta già con un certo pregiudizio verso un gruppo che successivamente diventerà "ingombrante" per il successo mtviano e per dischi sempre peggiori. Non so può darsi che sia solo una mia impressione eh, però passaggi come "Proprio all’interno di questa grande famiglia i Placebo pubblicano cinque album praticamente identici" posti subito all'inizio della rece li trovo inopportuni. Più accettabile un confronto a posteriori come "Presto però, con lavori come Black Market Music e Sleeping With Ghost, non si potrà più parlare né di innocenza né di ingenuità…Poco male, di buona musica da ascoltare ce n’è tanta." posto nel finale della recensione, anzi quasi obbligatorio nel caso della retrospettiva.

Cmq aggiungo che io non sono per niente d'accordo col voto che ritengo meriterebbe essere molto più alto. I primi due dischi dei Placebo sono assolutamente spettacolari, privi di punti deboli. Cmq qua il de gustibus è inevitabile e c'è poco da dire. Sul fatto che siano rimasti incapaci di evolversi e di ripetersi su quei fantastici livelli è purtroppo un dato di fatto incontestabile, anche se meds riusciva a migliorare parzialmente il disastroso sleeping with ghost

Cas, autore, alle 9:48 del 5 settembre 2007 ha scritto:

certo che è una critica costruttiva! ma ribatto su alcuni punti...

Primo: parlare di un album inserendolo in un percorso artistico di lungo periodo può essere,a mio avviso, uno dei modi migliori per farsene un'idea definitiva, in particolare per album che non sono dei capolavori, e che quindi non bastano da soli per parlare esaurientemente di se.

Secondo: la recensione è divisa in 3 parti. Nella prima procedo con una presentazione del gruppo, cosa che difficilmente può essere soggettiva e necessariamente deve prendere in considerazione tutta la carriera della band. Nella terza traggo le conclusioni, per cui vale lo stesso discorso.

Ma è nella seconda che parlo davvero dell'album, e lo faccio prendendolo in isolamento, dicendo che vale la pena lasciar stare il senno di poi (mi sono anche sentito generoso, perche il voto che ho dato, che sarebbe 6,5, lo ritengo alto per l'album in questione)

Terzo: per quanto riguarda il processo storico il problema è che io non lo trovo inserito in un bel niente, nel senso che quando si parla di gruppi come i Placebo, si parla di gruppi che consapevolmente rielaborano delle idee per offrirle al grande pubblico in maniera diluita. e questo non è essere inseriti in UN contesto storico, è piuttosto essere inseriti in quella truffa senza spazio e senza tempo che è la musica commerciale.

Peasyfloyd (ha votato 8 questo disco) alle 10:32 del 5 settembre 2007 ha scritto:

rispondo in maniera disordinata

inizio dal tuo terzo punto: non sono d'accordo con la tua idea generale dei Placebo come gruppo commerciale di plastica (almeno per gli inizi di carriera), ritengo invece come già detto che i primi due album meritino dignità artistica e non possano riduttivamente essere definiti "truffa senza spazio e senza tempo che è la musica commerciale". Cmq rispetto la tua opinione e hai tutto il diritto di formularla, così come hai il diritto di giudicare come meglio credi il voto complessivo del disco.

sui punti 1 e 2 qualche non riesco a non contestarti un pò di cose che ritengo meritevoli di più attenta analisi. Sulla divisione della rece in tre parti niente da dire, struttura classica impeccabile. La conclusione ci sta e l'analisi centrale è al solito un buon lavoro (più o meno condivisibile ma un buon lavoro ))

Sulla presentazione però non riesco ad essere d'accordo con queste frasi:

"parlare di un album inserendolo in un percorso artistico di lungo periodo può essere uno dei modi migliori per farsene un'idea definitiva, in particolare per album che non sono dei capolavori, e che quindi non bastano da soli per parlare esaurientemente di se"

e

"Nella prima procedo con una presentazione del gruppo, cosa che difficilmente può essere soggettiva e necessariamente deve prendere in considerazione tutta la carriera della band"

Io credo che per parlare di un esordio, almeno a livello di presentazione, si debba essere il più possibile oggettivi e cercare di cancellare dalla propria mente tutto quello che possa venire successivamente. Cercare cioè di tornare a quel 1994 in cui uscì il disco e limitarsi a sentire la musica, estraniandosi dalla consapevolezza del successo commerciale del gruppo e della limitata produzione successiva. Se non si compie questo atteggiamento c'è il rischio di scadere nel pregiudizio, in questo caso negativo, che riguarda non il disco in sè ma il gruppo nel suo complesso.

L'opinione soggettiva in questi casi deve arrivare solo alla fine (come qui presente) e eventualmente solo qui deve essere visibile l'opinione personale sul percorso a posteriori della band.

Diversi sono i casi in cui il disco non sia un esordio ma sia il 3°,4° disco (o anche più). In quel caso diventa inevitabile confrontare fin dall'introduzione coi dischi precedenti (ma non successivi) l'album recensito.

Forse sono pignolerie da rompicoglioni ma penso siano importanti per un critico in gamba come te

Moon (ha votato 5 questo disco) alle 18:59 del 15 settembre 2007 ha scritto:

i placebo ?

no grazie.

Vikk (ha votato 8 questo disco) alle 15:38 del 31 ottobre 2007 ha scritto:

il miglior disco dei Placebo

Il miglior album dei Placebo, diretto, rock e con un retrogusto alternative, certo il loro capolavoro sara' "Pure Morning", ma nel complesso questo disco e' nettamente superiore ai suoi successori.

Cas, autore, alle 19:54 del 31 ottobre 2007 ha scritto:

guarda vikk, se si tratta di dire qual'è il migliore dei placebo allora dico Without You I'm Nothing: più maturo, più toccante, più compatto...insomma questo qui è acerbo, c'è un'idea ma non si sa ancora bene da che lato prendere la cosa. sicuramente lo si può apprezzare per la maggiore spontaneità! ma al di là di tutto questo continuo ad essere convinto del fatto che ci sia molto di meglio da ascoltare nel 1996...

Vikk (ha votato 8 questo disco) alle 0:40 del primo novembre 2007 ha scritto:

Sicuramente il successivo è il migliore in senso di maturità e come composizioniin se' (la già citata "Pure Morning" su tutte, ma come album continuo a preferire lo spigoloso debut, che poi nel '96 ci fosse di meglio non lo metto in dubbio, ma è anche vero c'erano anche cose molto peggiori!

fabfabfab (ha votato 4 questo disco) alle 17:34 del 26 giugno 2008 ha scritto:

il miglior disco dei Placebo ...

... non per questo mi piace

Lupetto (ha votato 7 questo disco) alle 11:39 del 19 luglio 2008 ha scritto:

il migliore album dei placebo per me resta without you I'm nothing. Questo è pero' il loro inizio, dove brian gioca moltissimo la carta dell'ambiguità. Album adolescenziale ma discreto!

Brian Storm (ha votato 10 questo disco) alle 17:15 del 10 novembre 2008 ha scritto:

,,,

Non sono affatto daccordo con questa recensione..

secondo me è siete solo prevenuti dall'immagine estetica della musica dei placebo..forse se scavaste un po dentro, scoprireste la vera anima della band senza pregiudizi.

I know...yoy love the song but not the singer..

Roberto_Perissinotto (ha votato 6 questo disco) alle 13:16 del 29 gennaio 2009 ha scritto:

Album un pò a corto di idee...il disco non è brutto, ma non riesce mai a trovare delle vette, dei punti in cui sorprende. Pur senza cali significativi, un disco che mi sembra un pò troppo statico per andare oltre il 6 pieno.

tramblogy alle 8:46 del 2 febbraio 2009 ha scritto:

disco bellissimo

Utente non più registrato alle 1:11 del 5 dicembre 2009 ha scritto:

Molko cerca di prendere in consegna la generazione perduta di Cobain e molto spesso ci riesce. teenage angst, bionic, 36 degrees, lady of the flower. Power pop e post punk asciutto per il primo album del gruppo. Tra gli adolescenti un successone, conquistarono anche me all'epoca.

tramblogy alle 10:58 del 25 settembre 2011 ha scritto:

Bravo peasy....ho paura per the drums

Neal C. (ha votato 7 questo disco) alle 0:36 del 29 maggio 2012 ha scritto:

Non so se i Placebo abbiano mai preteso di fare rock ma certo la loro musica non si può considerare tale. Che poi abbiano approfittato dei media e della pubblicità di Mtv, come tutti i gruppi in voga negli anni '90, questa è l'unica cosa che li ha salvati dall'oblio.

Di innovativo non c'è niente, c'è solo un tentativo di costruirsi un identità che facesse parlare di loro, almeno per i primi cd. Molko ci ha riproposto in tutte le salse la storia della sua vita rinventata e romanzata (parecchio), una storia di ribellione adolescenziale fatta di gonne e rossetti, di depressione, droga, fantomatica promiscuità sessuale con qualunque cosa respirasse ecc. costruendo un tipo a metà fra lo sfigato (che fa simpatia) e il cool (perchè sesso è potere, ieri come oggi).

Più che talento io la chiamerei fortuna, la fortuna di trovare un protettore in David Bowie che prenderà a benvolere la loro musica che gli ricorda un pochino il suo periodo glam e le atmosfere dark della trilogia berlinese (e parlo già di "Without you I'm nothing") e che così avrà l'occasione di mostrare la sua anima di grande magnate della musica, supportando un gruppo emergente.

Ma, nonostante tutto, io continuo ad amare i ritmi ripetitivi di Teenage Angst e Come Home, specie la seconda che è talmente ripetitiva che andrebbe accorciata la parte strumentale finale, i chitarroni distorti che nascondono una chitarra senza infamia e senza lode, ballate al limite dello strappalacrime (ho avuto un bel periodo di fissa con I Know) e poi la voce di Molko, nasale e strascicata, mi ha dato qualche brivido da adolescente sentimentale.

L'ultimo album è un abominio, già Meds e Sleeping With Gosts erano deludenti.

Quanto alla recensione, ho solo una domanda: che cosa contraddistingue esattamente il post-rock?

Io litigo un sacco con tutte queste etichette (ancora fatico a spiegarmi che diamine vuol dire progressive e mi chiedo se in questo senso si può davvero accomunare i Pink Floyd e i Muse)

Grazie per la recensione

Neal C.

Cas, autore, alle 18:09 del 13 dicembre 2015 ha scritto:

Ho riscritto la recensione, pur senza cancellare la vecchia versione. Glielo dovevo, ai Placebo

loson (ha votato 7 questo disco) alle 18:59 del 13 dicembre 2015 ha scritto:

Applausi per il coraggio dell'autocritica, che non vuol dire cancellare ciò che si era ma al tempo stesso chiarire che oggi si è qualcosa di differente. Applausi anche per le nuove valutazioni, alle quali mi sento assai vicino. Da mesi mi chiedo se passare dalle 4 alle 4. stelle su RYM (che poi non vogliono dire un cazzo, ma è per dire quanto consideri il disco vitale ed essenziale nella mia esistenza di ascoltatore). L'esordio dei Placebo lo acquistai alla sua uscita, fu una delle tante band dell'epoca che vissi in diretta. Qui, come in "Without You I'm Nothing", non c'è un solo brano (forse solo "Swallow") a cui rinuncerei a cuor leggero. La produzione è più ruspante e il suono più diretto, ma tutto resta curato e ben bilanciato. Robert Schultzberg mi ha sempre dato l'idea di un batterista forse meno raffinato del suo successore Steve Hewitt, ma anche più irruento ed elastico nell'affrontare i tempi arditi di una "Come Home". Su "Lady of the Flowers" ho per la prima volta intuito l'espediente usato da Molko di abbassare la prima corda al Si (proprio come la seconda), e per suonare la canzone in solitudine alzavo di mezzo tono l'ultima, al Fa, che mi permetteva di lasciare la corda libera durante il ritornello e concentrarmi sull'accordo da prendere molto "alto" sulla tastiera. "I Know" (credo l'unica che non citi tra le ballate eccentriche, mutevoli e armonicamente intricate del disco) per un certo periodo è stata "la" canzone a cui non potevo rinunciare. Stasera, anzi, riscolto tutto per l'ennesima volta. Tutto molto bello, Cas.

Cas, autore, alle 19:16 del 13 dicembre 2015 ha scritto:

grazie per il bellissimo commento, los. da tempo mi portavo dietro questo cruccio, finalmente ho avuto la voglia e il tempo di "rimediare".

riguardo al confronto tra Schultzberg e Hewitt: credo che la principale differenza tra "Placebo" e "Without You..." stia, oltre che in una produzione più certosina, proprio nel diverso approccio alla ritmica (più massiccia e squadrata qui -anche se poi potremmo anche parlare di maggiore inventiva-, più levigato e soffice là -vedi l'uso delle spazzole su molte ballad-).

detto ciò, beato te che riesci a suonare i pezzi dei Placebo: per me che sono un pivellino della chitarra è davvero ardua (ma ecco un'altra volta la prova che Molko spaccava)