R Recensione

7/10

Die! Die! Die!

Promises, Promises

La generazione in costante venerazione di idoli come Joy Division e Cure non sembra essersi ancora esaurita del tutto, portando avanti in questo 2008 le spigliate sonorità neo post-punk che tanti hanno abbracciato nel corso dell’appena iniziato ventunesimo secolo.

I nostri si chiamano Andrew Wilson (chitarra e voce), Lachlan Anderson (basso) e alla batteria Michael Prain ed insieme costituiscono il trio Die! Die! Die!, band neo-zelandese con all’attivo un album omonimo datato 2005.

L’ossessione della band per la ripetizione è evidente sia nei nominativi (insomma, provate a dire in giro: “ho ascoltato il nuovo album dei Die! Die! Die! che si intitola Promises, Promises” senza sentirvi un po’ in imbarazzo…) che nello stile, ovvero un ormai straconsolidato mix di voci androgine e nervose accompagnato da un basso pulsante in primo piano e da ritmiche frenetiche, il tutto mutuato da un unione tra post-punk anni ‘80 e post-core anni ’90.

Eppure, nonostante la somiglianza con quei Love Diagrams che l’anno scorso avevano trovato vari consensi, i nostri tre neo-zelandesi riescono in qualche modo a lasciare il segno pure loro. Perché non c’è niente da fare, sapendo manipolare per bene il genere in questione si riesce “facilmente” ad essere incisivi e piacevoli.

E così, attraversando le tredici frenetiche canzoni del disco inevitabilmente ne usciamo divertiti e coinvolti.

Si tratta insomma di un lavoro decisamente omogeneo, apprezzabile nella sua totalità per la capacità di seguire per ogni traccia un preciso e pressoché identico standard formale, riuscendo però a non ripetersi nella sostanza e a non annoiare grazie ad una continua e sferzante dirompenza energica, ad un’impeccabile e ricca tecnica strumentale e ad un incedere mozzafiato sempre tiratissimo.  

Difficile quindi trovare dei picchi, anche se va citato il fulminante pezzo d’apertura dove ogni elemento si presenta nel migliore dei modi: basso dal pulsare incessante e vorticoso, schitarrate corrosive, voce febbrile e batteria lanciata in scatenate rincorse a velocità più che sostenuta.

Da qui niente pause a separare un pezzo dall’altro: si tratta di una irrefrenabile corsa post-punk durante la quale si giunge alla ossessiva e martellante Death To The Last Romantic, alla sconvolgente A.T.T.I.T.U.D., dove allo spelling urlato si alternano strofe dominate da un’impeccabile padronanza di melodie al fulmicotone, fino alla tiratissima title-track, per giungere alla violentissima Throw a Fit ed infine alla più introspettiva, seppur incandescente, Blue Skies.

Si tratta senza ombra di dubbio dell’ennesimo lavoro indie-rock/post-punk, ma eseguito con un’energia e con una maestria tale da incantare anche l’ascoltatore più severo.

E di questo bisogna tener conto.

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Voto degli utenti: 6,5/10 in media su 2 voti.
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REBBY 5/10

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