The Bravery
The Sun And The Moon
Sin dalla brevissima introduzione, ossia una sorta di bozzetto para-sinfonico, si intuisce che i Bravery hanno tutta l’intenzione di mostrarsi più maturi rispetto al loro esordio, il quale si fregiava di un sound sintetico e un po’ ottantiano.
I cinque newyorkesi si sono parecchio guardati intorno, cercando di assorbire molti elementi del pop rock apparentemente –apparentemente!- meno scontato. Più elettricità e quindi più spazio alle chitarre, temi più “adulti” e trovate inedite. Dico subito che forse li preferivo nella loro veste precedente. Il glam-synth-pop (vi aggrada la definizione?) di An Honest Mistake non era affatto malaccio…anche la scattante e voluttuosa Unconditional, altro singolo del primo disco, era abbastanza accattivante, tanto per fare un altro esempio al volo…
Alcuni dei Bravery hanno anche cambiato immagine (il bassista Mike Hindert ha un look un po’ più sobrio, il cantante Sam Endicott si veste da scolaretto punk, il chitarrista Michael Zakarin ora sembra un dandy glam), segno che la band ha deciso di ricercare una nuova identità, anche da un punto di vista esteriore.
Stando alle dichiarazioni, lo stile di questo sophomore album si sarebbe dovuto rivelare come un connubio tra il rock classico dei Rolling Stones e il punk dei Ramones…francamente non trovo riscontri per poter comprendere tali paragoni.
Dopo due pezzi prescindibili come Believe e This Is Not The End, all’insegna del nuovo corso, Every Word Is A Knife In My Ear rappresenta un piacevole piccolo passo indietro nel tempo. La pingue cassa house è contrappuntata dall’interessante lavorio del basso che macina gustose linee funkeggianti a cui è difficile sottrarsi. Gli urletti da ambiguo teppistello con la matita scura intorno agli occhi sono d’aiuto nel tentativo di ricordare i Bravery che furono.
Il singolo Time Won’t Let Go unisce un piglio da college rock, scanzonato e solo vagamente riflessivo, a intenti melodici degni del brit-pop della peggior specie: direi che non è un ambito in cui il quintetto si trova a proprio agio.
In fondo, brani acustici e fortemente malinconici come Tragedy Bound e The Ocean ci paiono invece abbastanza riusciti. Anche i contributi degli archi sono azzeccati e di una certa raffinatezza.
Ma, come dire, ancora non ci siamo del tutto. Meglio una Split Me Wide Open che assomiglia tanto a un pezzo allegro/triste dei Cure meno tormentati. Pure il titolo è così curesco! E come se non bastasse, Sam pare decisamente trarre ispirazione più da Robert Smith che da Simon Le Bon.
Il disco finisce idealmente con Above And Below (a parte The Ocean che immaginiamo partire durante i titoli di coda del film di The Sun And The Moon): qui si fa largo uno dei pochi ritornelli veramente memorabili dell’album, tra i riff ritmici in levare e le linee melodiche della tastiera analogica, imitata poi dalla travolgente chitarra liquida.
Dopo svariati ascolti cresce paradossalmente sempre di più quella voglia di rivedere e riascoltare i Bravery più patinati e sintetici, ma potrebbe essere solo un blocco mentale.
Questo lavoro sicuramente spiazzerà i fan della band, ma probabilmente venderà almeno il doppio del suo predecessore.
“It was an honest mistake…”.
Essì…
(p.s.: anche i rivali Killers sono caduti al secondo tentativo!)
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