Wolf & Cub
Vessels
Ultimamente l’Australia si sta facendo onore musicalmente: sempre più proposte, indie o mainstream, soddisfano gli esigenti e curiosi palati di mezzo mondo. Particolare rilievo sta avendo, in questo periodo, il settore dell’hard rock, rinato soprattutto grazie all’omonimo disco d’esordio dei Wolfmother, tre ragazzi con la passione di Deep Purple e Led Zeppelin, rilasciato in Europa l’anno scorso. E, per il terzetto, è stato subito un enorme consenso da parte di critica e pubblico. Ma la domanda sorge spontanea: quando l’eccitazione intorno al gruppo comincerà ad essere meno papabile, a sfumare sensibilmente, cosa succederà al mondo del rock duro? Tornerà in soffitta, relegato fra vecchi cimeli, o qualche nuova “next big thing” riuscirà a sorreggere l’imponente insegna di questo grande genere? La risposta esatta è la seconda, ma non preoccupatevi: non occorre aspettare interminabili mesi per accorgersi di questa promessa, perché è già qui, sotto i nostri occhi.
“Vessels” dei Wolf & Cub (Joel Byrne, voce e tastiere, Adam Edwards, chitarra elettrica, Thomas Mayhew, batteria e percussioni, tutti provenienti da Adelaide) è la tanto agognata soluzione. Coincidenza nelle coincidenze, è il disco che i Wolfmother mettono al primo posto nella classifica del meglio del 2007. E non serve scavare a fondo per scoprirne il perché: lo stile è, meravigliosamente, sempre quello. Un po’ più moderno, meno impregnato di Seventies, meno debitore verso i mostri sacri del rock’n’roll. E tutto questo ad altro non serve che a dare una freschezza sonora inaspettata, un impatto uditivo favorevolmente impressionante, sin dal primo ascolto della prima canzone, l’omonima “Vessels”.
La schitarrata in sordina iniziale, modificata da synth elettronici, apre la strada ad un rock sanguigno, sporcato qua e là da inserti garage ed assoli zeppeliniani, mentre il testo viene recitato come in una ossessiva litania. Il tutto, senza perdere mai la bussola. O dimenticarsi il perché di quell’esperimento. Si prosegue con “This Mess”, primo singolo estratto, in cui compaiono piccoli accenni di psichedelia sotto l’ambigua voce di Byrne e l’onnipresente chitarra di Edwards, ancora una volta impegnato con tanto impegnativi quanto interminabili stacchi solitari. La successiva “Rozalia Bizarre” è una strumentale in cui il terzetto conferma, se non supera, quanto di buono aveva anticipato: i riff sono talmente sporchi che non sfigurerebbero affatto in una canzone dei Purple, se non ci fosse quel sintetizzatore dietro l’angolo a deformarli con un brusio insistente. Tocca ad “Hammond”, altro grande pezzo, introdotto da una toccata in organo. Lo svolgimento, questa volta, è assai lento: la struttura circolare ripiega più volte su sé stessa, come in una spirale collassante, grazie alla chitarra riecheggiante dell’eclettico Edwards.
La quinta composizione, “March Of Clouds” mette in rilievo, per la prima volta, il lavoro percussionistico di Mayhew, abile a scandire regolarmente i tempi del brano, come in una marcetta distorta, influenzata da correnti trasversali che parlano di hard rock e punk, miscelate assieme senza il pericolo di sbagliare o di ottenere un risultato inferiore alle aspettative. Più confusionaria è invece “Kingdom”: se da una parte si apprezza il tentativo di amalgamare il rock duro con toccate di prog, psichedelia (assomigliano in certi punti ai King Crimson), stoner e addirittura scampoli di soul (nell’andamento ipnotico del pezzo), l’eccessiva durata (ben sette minuti e ventisei) alla lunga rischia di stancare un orecchio impaziente, in quanto si ha l’impressione di uno svolgimento tirato troppo per le lunghe e di una conclusione che stenta ad arrivare in modo netto e definitivo. Alla fine, un po’ inconcludente: al contrario della canzone seguente, “Seeds Of Doubt”, nella quale si registrano addirittura dei coretti simil-glam nel ritornello, e dove ritornano prepotentemente i tanto sospirati assoli distorti, affiancati da un cantato sapientemente organizzato.
I campanelli di “Conundrum” sono il preludio ad una stramba mescolanza fra chitarra, sintetizzatore (forse un po’ abusato, in questo caso), un malinconico pianoforte in sottofondo e, addirittura, potenti beat techno. Niente voci: spazio solamente a questo dialogo musicale, dove gli strumenti sembrano dotati di vita propria. Ma c’è ancora tempo per stupire: “Steal This Gold” è quanto di più sincero si poteva chiedere dai tre ragazzi; un sano, puro, deviante pezzo di hard rock, senza compromessi o miscellanee inusuali, dove la voce si sposa alla meraviglia con il buon lavoro di Edwards. Ad un certo punto i ritmi rallentano, per lasciare spazio ad un'altra performance solitaria, dall’alto tasso tecnico, del chitarrista. E si conclude con uno spiccatissimo tributo ai Led Zeppelin, realizzato con coraggio e furbizia: “Vultures Part 2, Section 2” si rivela essere un’altra strumentale, granitica in apertura, più rilassante ed accomodante nel suo svolgimento finale. E, come sempre, estremamente godibile.
I nostri australiani si sono dati da fare per confezionare un disco, qualitativamente parlando, estremamente buono. L’inesperienza è sempre l’arma a doppio taglio, che condiziona, in questo caso solo leggermente, il giudizio complessivo. In ogni caso, gruppo da tenere d’occhio per il prossimo futuro: se questi sono gli albori, ne sentiremo parlare assai bene.
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