Alcest
Souvenirs D'Un Autre Monde
Che dire di questo album, Souvenirs D’un Autre Monde (Ricordi Di Un Altro mondo), sospeso e pericolosamente in bilico tra pura rievocazione della scena shoegaze ed originale interpretazione della stessa? Tra toni oscuri, rumorosità fragorose, limpidità vocale, sensibilità spiccatamente pop, piglio metal e diffusissimo umore spleenetico come la tradizione francese richiede? Cosa dire di questo album che il mio Media Player si ostina a catalogare come Black Metal?(!) Forse basterebbe dire queste cose poche, ma preferisco non rischiare di trascurare qualche particolare degno di nota…Quindi intraprendo un più attento ascolto.
Innanzitutto chiariamo che originariamente, gli Alcest, gruppo francese originario di Avignone, si fecero conoscere a partire dal 1999 proprio come band Black Metal, ed è quindi ovvio che di spunti relativi al suddetto genere dobbiamo aspettarcene.
Nonostante questo, l’album in questione si presenta pienamente e maturamente come un lavoro che attinge ad altro, allo shoegaze. Si, proprio il genere di My Bloody Valentine e Slowdive, da cui vengono tratti il modo evocativo di cantare e la lentezza sognante delle canzoni. Un altro gruppo può essere citato, forse un po’ impropriamente, i Jesus And Mary Chain, da cui sembra derivare l’uso sovrastante e fragoroso delle chitarre, destinato ad imporsi con rigore su tutto il resto.
L’iniziale Printemps Emeraude, mette subito in evidenza gli standard della band. Innanzitutto è da notare la durata delle canzoni, tutte tra i sei e i sette minuti. Dopodichè troviamo imponenti riff di chitarra, spessi e fitti, ad accoglierci, liberi di spaziare tra una molteplicità di diversi umori: dal rabbioso al delicato con tutte le sfumature comprese, forse anche troppe, con il rischio di eccedere in una melodiosità di stampo troppo emo. Sono proprio dei delicati accordi che introducono l’ingresso della voce, in un riverbero di voci infantili che fanno molto “milieu”…Per quanto riguarda la voce, si tratta di un timbro pulito e trascinato, avvolto da un senso della melodia sempre più netto, senza dubbio di grande presa, lambito dalle taglienti chitarre elettriche. Tutto sommato si tratta di un promettente ed apprezzabile primo pezzo, carico di poesia e fascino. Procediamo.
La successiva Souvenirs D’un Autre Monde è introdotta dagli accordi acustici della chitarra, che fanno subito pensare ad un pezzo pop-rock, idea presto rafforzata dagli arpeggi malinconici della chitarra elettrica. Per fortuna intervengono gli amplificatori a dare un po’ più di carica al pezzo, e a non permettere alla voce, impegnata in una dolce cantilena ariosa, di rendere troppo smielato il pezzo. Tuttavia l’intervento dei soliti arpeggi struggenti, richiama troppo insistentemente alla memoria l’eco dei gruppi punk-emo-commerciali che affollano i palinsesti delle reti musicali. Insomma dopo più ascolti purtroppo crolla quella immediata evocatività che poteva, in un primo momento, affascinare, per tramutarsi in una troppo palese ostentatezza di toni strappalacrime.
Les Iris incalza con un più convincente impeto chitarristico, dai toni molto vagamente black metal. Questi, affiancati da una voce meno patetica rispetto al brano precedente, si lanciano in efficaci ed impressionistici sfoghi spleenetici, questa volta degni di suscitare nel migliore dei modi, e quindi senza apparire forzati, i momenti più evocativi e melodici, ora realmente sinceri e sentiti. Il finale leggermente "doom" dona maestosità al brano, senza stonare troppo. Due a uno quindi, passiamo alla traccia successiva.
Ciel Errant, l’ennesimo titolo da poesia di Baudelaire, mette in mostra le stesse caratteristiche della seconda traccia: schitarrata acustica iniziale sopraffatta da un neanche così fragoroso impeto delle chitarre elettriche, e tempestata da quei tanto melodici arpeggi che insistono a imprimere il loro marchio in ogni brano. Il tutto portato a compimento dal cantato flebile di Neige. Due pari.
Sur L’Autre Rive Je T’Attendrai è invece un buon pezzo, convincente e compatto, meritevole di un riff convincente e tagliente. Questa volta la voce femminile cantilenante di Audrey Sylvain riesce ad attecchire, mostrandosi ispirata e, perché no, ispirando l’ascoltatore. Ovviamente la formula, mostratasi efficace viene ripetuta per sette minuti in un’alternarsi di melodia e fragore metal. Tre a due.
Tir Nan Og, ultima traccia di questo disco, dall’incipit forzatamente New Age, non si sforza nei suoi sei minuti di durata di fare un uso convincente di amplificatori, anzi non ne fa proprio uso, ostentando così fino alla fine atmosfere eteree e ambient che paiono poco sincere.
Peccato, tre pari.
L’album in questione, seppur abbia il merito di riportare alle nostre orecchie i suoni un po’ dimenticati dello shoegaze che fu, pecca in un’eccessiva ricerca di parossismo emotivo, che raramente viene raggiunto, e quando questo accade ci si accontenta del risultato senza spingersi oltre.
Vale comunque un ascolto, due anche…Ma poi basta.
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