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R Recensione

7/10

Huta

How to Understand Animals

Ce n'è voluto di tempo per arrivare al primo lavoro in studio dei cuneesi Huta, trio formato nel 2008 da Gilles Carlevaris, Simone Milano e Luca Viada e diviso per tanto tempo tra attività live e ricerca di una compiuta cifra stilistica. Fuh, Io Monade Stanca, Ruggine: si parte da qui, dalla scena di Cuneo, dalla Canalese Noise, da uno dei casi più coerenti registrati negli ultimi anni di “scena” rock locale. Si va oltre, però: gli Huta si connettono a quel comune sentire plasmandone tuttavia i connotati per assecondare le proprie specifiche esigenze espressive.

Innanzitutto, allora, la melodia: abbiamo qui a che fare con canzoni, canzoni che sopravvivono alle cavalcate strumentali math-core, alle sfuriate noise, agli addensamenti ambient (che prevalgono solo nella breve “Spora”), portando in pegno un gusto grunge inusuale e per questo vincente. Si senta -nomen omen- “Seattle”: pezzo abrasivo e cupo dominato dal drumming ossessivo di Viada, dalla massa sfibrata della chitarra di Milano e da un'interpretazione, quella di Carlevaris, sorprendentemente simile ad un ipotetico Cobain ingaggiato dai Jesus Lizard. Funziona, questo è quanto.

I brani in scaletta procedono senza intoppi, stratificati, densi: si prenda “Hone”, giocata sull'alternanza tra riffoni noise e viluppi magnetici di chitarre in delay, o la solenne “Gravel” rigoroso saliscendi sorretto da una massiccia sessione ritmica e da un ottimo lavoro sulle sei corde, che daranno il meglio nelle tessiture ipnotiche in reverse delay di “Camel”, o ancora la conclusiva “A Slow Decay”, imponente monolite noise-grunge.

Registrato in analogico all'Oxygen Studio di Paride Lanciani, “How to Understand Animals” è un esordio più che soddisfacente: merito di una scrittura ardita (la costante dialettica tra arpeggi e riff, i cambi di tempo, i saliscendi strumentali) e a tratti sperimentale (la passione di Milano per l'elettronica, lo smanettare con pedaliere e loop station), ma anche di un complessivo senso “pop” che non sacrifica la melodia e il songwriting (nonostante l'uso dell'inglese sia spesso legato ad esigenze “mimetiche”, qui abbiamo a che fare -si prenda la bellissima “Hone”- con testi compiuti, di spessore). Ok, c'è ancora da perfezionare qualcosina, da rattoppare qualche falla (penso alla prima “Starship”, che sconta una meccanica non così oliata), ma il dado è tratto: sarebbe assurdo fermarsi ora.

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