Jesus Lizard
Goat
Quest’album dei Jesus Lizard rappresenta, a parere di chi scrive, uno dei massimi capolavori rock degli anni ’90. Apice artistico di una band che, d’altronde, è stata fondamentale per lo sviluppo del rock ed in particolare del noise e di certo post rock.
I Jesus Lizard nascono nel 1988 a Chicago, dove si incontrano il cantante David Yow, proveniente dalla formazione texana degli Scratch Acid e David Sims, bassista dei Rapeman (combo noto anche, se non soprattutto, per la presenza di Steve Albini). Ad essi si aggiunge il chitarrista Duane Denison e, di lì a poco, il batterista Mac McNeilly che va a sostituire una drum machine con la quale il gruppo aveva inciso un primo EP dal titolo “Pure”, prodotto proprio da Albini (che peraltro produrrà anche tutti i lavori della band per la Touch and Go).
“Goat” è il secondo album della band dopo “Head” ed è la loro vetta artistica.
Complessivamente la musica dei Jesus Lizard, fin dagli esordi, è un noise-punk rock teso e sferragliante con un percussivismo minimale ma tecnicamente ineccepibile ed in cui le frasi del basso e della chitarra spesso si attorcigliano su se stesse, creando una sensazione da incubo senza vie d’uscita. I nervi sono tesi come quelli dei Germs (in versione industriale), con la differenza che i tempi dei brani si sono allungati e la tensione non è più concentrata in una manciata di secondi. C’è tutto il tempo per soffrire.
David Yow più che un cantante è un “teatrante”, nel senso che le sue performance vocali hanno ben poco di musicale, tese come sono a trasmettere nell’ascoltatore una profonda inquietudine, una disperazione agghiacciante o semplicemente l’angoscia che accomuna i giovani abitanti delle metropoli americane. Incredibile esempio in tal senso è il brano “Seasick” dove Yow urla il suo terrore di morire affogato. La sua voce, già di per sé del tutto sgraziata e stonata, è stata ulteriormente trattata con distorsioni e filtri che la fanno somigliare a quella di un fantasma agonizzante. Roba da brividi. I testi, naturalmente, trattano gli argomenti più repellenti e schifosi si possa immaginare, e la parola “bocca” ricorre con una certa frequenza, forse perché si tratta del buco da cui si vomita, cosa che somiglia molto a quello che fa Yow durante le sue performance. Al suo confronto molti cantanti punk sembrano bambini allo Zecchino d’Oro.
Ma questo è solo una parte di ciò che avviene nell’album, perché la musica – quest’ultima in effetti suonata (e suonata alla grande) – rappresenta il perfetto tappeto per gli spasmi vocali di cui sopra. Duane Denison è uno straordinario chitarrista la cui ritmica martellante, potente e affilata come un rasoio crea delle figure oblique e singhiozzanti, aiutato in questo dai martellamenti del bassista Sims e dalla ritmica tribale e rumoristica del batterista McNeilly. Attenzione: non si tratta di un prodotto low-fi, tutt’altro. Voce a parte, i suoni sono prodotti da Albini in modo da esaltare la potenza e la chiarezza. Tutto è perfettamente distinguibile e cristallino (benché ovviamente e adeguatamente distorto). Inevitabile in tal senso il parallelo con i Fugazi, anch’essi tesi, roboanti, angosciati e tecnicamente capaci ma, forse, meno diretti nella trasmissione del malessere, ovvero più riflessivi. E, aggiungo, privi di un cantato allucinato e deforme come quello di Yow.
L’album si apre con “Then comes Dudley”, pezzo da incubo per eccellenza, che funge proprio da biglietto da visita, in quanto lo stile dei Jesus Lizard viene immediatamente e chiaramente messo in bella mostra. La chitarra indulge su un fraseggio eseguito su una sola corda mentre il basso fa da carro armato apripista. Ogni tanto ci sono delle deflagrazioni improvvise che spezzano il tempo, ma tutto quanto viene tenuto sotto controllo dal drumming di McNeilly.
“Mouth breather” vale da sola l’intero disco. Denison da il meglio di sé con uno dei suoi giri a loop mentre Yow ce la mette davvero tutta per comunicare il suo senso di disagio (e raggiunge senza dubbio il risultato). Il brano fa “coppia” con “South mouth”, e non solo per l’assonanza dei titoli.
“Nub” è un rock più sferragliante e, forse, più canonico, dove sono i cori a farla da padrona su un riff al bottleneck. È il pezzo “epico” dell’album, quello in cui Yow si avvicina di più al cantato tradizionale del punk-rock e dell’hardcore. Qui la vicinanza con i Fugazi è senz’altro più evidente.
Segue la terrificante “Seasick”, pezzo singhiozzante e cupissimo, il cui contro altare è rappresentato da “Lady shoes”, altro affresco angosciante e minaccioso: Yow prima sussurra per poi lacerare il sottofondo sonoro con le sue grida soffocate. Allo stesso modo sia “Monkey trick” che “Karpis” non possono non scuotere l’animo dell’ascoltatore, grazie alla loro tensione epilettica. Vi sono echi di blues e persino di country, con Yow che martorizza i brani con le sue grida animalesche.
"Rodeo in Joliet", dal giro paranoico, chiude degnamente l'album e lascia nell'ascoltatore la spossatezza di un'indigestione emotiva. Certo, quello che abbiamo ascoltato non ha proprio nulla di spensierato né tanto meno di divertente. Ma d'altronde l'arte dei Jesus Lizard è proprio quella di descrivere il male di vivere senza dare giudizi di merito: è così e basta.
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