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R Recensione

9/10

Lou Reed

Metal Machine Music

«L’arte è tutto; vuol dire tutto; quindi anche brutt

Morgan

 

Quattro anni prima della pubblicazione di questo “Metal Machine Music”, Bob Dylan dava alle stampe “Self Portrait”, nel tentativo di ridurre la sua base di fan in un «non tutto quel che faccio è messianico, devozionale o qualsiasi cosa possiate pensare che sia e che significhi; e comunque non me ne fotte un cazzo» che tuttavia non impedì a qualcuno di rinvenire significati reconditi nella sua “All Tired Horses”. Le registrazioni dell’Isle of Wight Festival furono incluse per tenere a bada i contrabbandieri e offrire loro almeno un po’ di buon vecchio Dylan da sgranocchiare in attesa del prossimo album.

 

Metal Machine Music” non offriva una via di fuga altrettanto educata: in compenso migliorava nel proposito di alienarsi una buona fetta di supporters (configurandosi come autentico calcio in culo), oltre che fornire al suo creatore la piacevole consapevolezza che sin dai primi minuti in cui ne venisse fatta esperienza, i nervi del malcapitato fan di “Walk On The Wild Side” ne avrebbero ricavato una sorta di auto-recisione.

 

Cos’aveva in testa, Lou Reed, quando partorì questo aborto? Prendere frammenti di Vivaldi ed immergerli (molto) in profondità in una spessa nebbia di feedback sovraincisi e distorsione del segnale? Ciò che appare certo è la sua volontà di disfarsi di questo Frankestein del rock‘n’roll che era il Lou Reed solista; l’avrebbe fatto molto lentamente, servendosi del feedback e del feedback soltanto.

 

E dato che era il 1975, e questo era un doppio con una copertina ridicolmente fuorviante, con uno scatto live sul retro, anche l’anima più spietata avrebbe accettato che almeno una frazione degli acquisti iniziali fosse inaugurato sotto il segno di un «Oops: pensavo fosse dal vivo»; anche se due di quelli erano stati pubblicati di recente. Ma la soffiata sarebbe dovuta provenire dal riferimento d’archivio dell’adesivo sul davanti, che dava l’impressione di un esperimento da laboratorio fuggito dalle grinfie del suo creatore e da quelle dello studio in cui aveva visto la luce, facendosi diabolicamente strada verso lo stabilimento di stampa bofonchiando «Feedback… b-b-bello!» mentre un’ironica quantità di vinili veniva immediatamente rispedita a sputo nei negozi, nel più vicino bidone della spazzatura, o dietro agli altri malconci vinili di una collezione privata nella sezione «esperimenti sonori e farse musicali». E molto opportunamente, anche: perché questo è un disco di esperimenti sonori, quelli di una pop star disaffezionata giunta al più svitato dei suoi apogei, ed è anche una farsa – avete mai provato a farlo ascoltare a qualcuno? Dopo qualche secondo vi chiederanno se «è tutto così o ci sono anche canzoni?» E dopo che avrete allegramente scosso la testa, vi imploreranno di farla finita: solo che voi non lo farete. Perché nemmeno l’avete sentito. Vi è appena venuto in mente quanto sarebbe affascinante seguire il cammino di una mosca nella sua epopea attraverso la stanza, capite. Due “amici” in una camera che si trasforma in una psichillogica cella ermetica di reclusione rumoristica; tu che non riesci a trattenere un sorriso mentre l’altro si alza, s’infila il cappotto ed esce. Bene: ma è solo l’inizio: l’album (tranne che su CD) dura tecnicamente tutto il tempo che vuoi, e tu l’hai appena iniziato. È passato un minuto, forse. Un minuto di feedback può essere interminabile, per cui vediamo: quattro lati di 16 minuti ciascuno… fanno 64 minuti. Più di un’ora, senza contare il solco bloccato sul quarto lato. Chi diavolo ha resistito così a lungo, se si escludono Scaruffi e – ma non lo darei per scontato – lo stesso Lou Reed?

 

Ebbene: io l’ho fatto. Non ne vado orgoglioso. È quel genere di eroismo che di solito mi trova sprezzante, se lo noto negli altri. L’ho fatto senza barare: niente rosicchiarmi le unghie guardando il vetro affumicato della superficie del tavolino che riflette immagini dal mondo esterno, dove al di là della palazzina dove abitano alcuni miei parenti c’è il parco in cui a dodici anni ho trovato una catenina d’oro che mi fruttò un bel gruzzoletto, con cui avevo comprato i miei primi libri di spessore, che ora giacciono impolverati sotto il letto per il loro spessore non più all’altezza, tranne uno che sto riscoprendo proprio adesso mentre “Metal Machine Music” scorre senza più il privilegio di avere la mia attenzione. Nossignore, nulla di simile. Questa sarebbe arte, o masochismo, o istinto di preservazione, o qualunque dei tre sia nato prima ad influenzare gli altri.

 

Il primo lato, comunque, cominciò niente male, essendomi quello più familiare – è l’unico, in effetti, che di solito si riesce a sopportare prima di ricordarsi improvvisamente di possedere un’automobile lercia, e di dover proprio darle una sciacquata al più presto, perciò, ehm, questo lo tolgo e lo metto su un’altra volta, sempre che la macchina per allora non si sia insozzata di nuovo. Perfettamente comprensibile. Al secondo lato le mie barriere emotive e – queste sì – psicologiche, cominciarono a sgretolarsi e a franare sui bordi, mentre l’album strillava la sua totale discordanza per tutta la stanza senza un posto dove farla giungere che fosse diverso dal mio cervello. Era una tortura, ma perseverai. Il terzo lato portò con sé una crescente rabbia ma non una valvola di sfogo: il polso e la respirazione avevano accelerato nel corso dei 16 minuti, e adesso stavo praticamente ansimando. Il quarto lato mi confermò che l’album stava in qualche modo stravolgendo la mia composizione chimica. Cioè, non la pensai proprio in questi termini – il mio processo intellettivo si era trasformato in una sorta di guerra di trincea mentale, mentre un muro di bianchi ronzii esplodeva, e si ricostruiva per esplodere di nuovo. Verso la fine, prima del trucchetto del solco bloccato inventato da Andy Warhol, ero tutto compresso in un filo; e poi, la libertà più preziosa. Il Silenzio. Niente più “Metal Machine Music” per tutta la vita.

 

E adesso, mie cari lettori di Storiadellamusica, posso informarvi che “Metal Machine Music” non è solo un «vaffanculo!» all’ascoltatore (e caspita, se lo è), ma arte, della più esigente e debilitante che si trovi in giro. È stridente, e non presenta via d’uscita. Giunti al secondo lato sentirete di tutto: jingle commerciali di pasta e detersivi, brandelli di T.Rex distorti e alla velocità sbagliata, i Faust nella loro citazione dei Beatles e i Beatles fatti suonare al contrario, i vostri genitori che vi gridano di abbassare il volume, e ogni singolo orgasmo provato sfalsato e balbettato in un cerchio senza senso di ripetizioni infinite. L’effetto complessivo è quello di una ripresa sfocata e convulsa che cattura solo il profilo, non la linea, e un sanguinoso colore saturo, non l’ombra. E a proposito di ombra, qui non ne troverete alcuna. “Metal Machine Music” è completamente esposto a un sole osservato per ore senza riguardo per la cecità. Anche l’atto di sedersi, mentre lo si ascolta, diventa stranamente oggettivo; qualsiasi cosa facciate diventa «ciò che ho fatto mentre ascoltavo “Metal Machine Music”», e il linguaggio, il suono, e presto il pensiero vengono spazzati via dal costante feedback ed overdub delle chitarre. Nel quarto lato si scorge, dietro la pesante cortina di distorsione, qualcosa di simile a una melodia… ripensandoci, non ne sono sicuro: in questo estremo territorio sonico le allucinazioni uditive dilagano nell’assenza di punti cardinali convenzionali – ritmo, voce, qualsiasi cosa le possa tenere a bada. Non c’è inizio, non c’è fine: è tutto svolgimento. È minimalismo misantropico, ed è anarchia al suo definitivo capolinea. È catrame frastagliato che ghiaccia per sempre su una tela impressionista resa solo con macchie violente di rosso, viola e nero, senza alcun soggetto, o forse uno occulto.

In un certo senso, “Metal Machine Music” è anche pulizia. Ma non si limita a ripulire la tavolozza sonora: la sbriciola, e ne fa frantumi infinitesimali. Ragion per cui si potrà discutere all’infinito sul suo valore: è arte ciò che vuole distruggere l’arte, oppure è un venefico nulla? Ciò che si pone a cavallo di qualcosa è ambiguo e ambiguamente interpretabile (sto tentando di dirvi che qui più che altrove ogni estremo giudizio è giustificato, cari lettori); da parte mia, senza mai aver parlato di “musica”, lo considererò ai fini della valutazione (perché questo è il gioco) una sorta di “capolavoro concettuale” (termine che è naturalmente ambiguo anch'esso).

V Voti

Voto degli utenti: 4/10 in media su 14 voti.
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bart 1/10
B-B-B 4/10

C Commenti

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bart (ha votato 1 questo disco) alle 12:15 del 6 gennaio 2012 ha scritto:

Ho provato ad ascoltarlo, ma già dopo 2 minuti ne avevo le scatole piene. Lou Reed ha dimostrato, soprattutto coi Velvet, di essere un grande artista, ma questo disco non ha proprio senso.

Marco_Biasio alle 13:40 del 6 gennaio 2012 ha scritto:

Invalutabile. Giusto così.

PierPaolo (ha votato 1 questo disco) alle 15:07 del 6 gennaio 2012 ha scritto:

Valutabile come una cagata pazzesca, di cuore. Una presa per il culo oppuro una meschina vendetta dopo due album o tre pilotati dal produttore e suonati da dio (Belin e i due dal vivo della tournée hard rock con Steve Hunter e Dick Wagner e Prakas John a dare un senso diverso (e a mio gusto fantasticamente migliore) alle filastrocche Velvet. Fanculo Lou.

ozzy(d) alle 15:44 del 6 gennaio 2012 ha scritto:

tra questo e il super pippone dei flaming lips è la giornata dei dischi inascoltabili in homepage ghghghgh

Peasyfloyd (ha votato 1 questo disco) alle 17:35 del 7 gennaio 2012 ha scritto:

l'arte concettuale (o puramente formalistica) fine a sè stessa e incapace di affiancare un contenuto di un qualceh tipo la trovo una cosa detestabile. Non so neanche se sia giusto definirla arte, se non piuttosto filosofia... Cmq ne avevo parlato abbastanza polemicamente qui per spiegare meglio il motivo della stroncatura: http://www.storiadellamusica.it/Quando_i_capolavori_diventano_inascoltabili.p0-a80

Mirko Diamanti, autore, (ha votato 9 questo disco) alle 19:13 del 7 gennaio 2012 ha scritto:

"... sarà impossibile apprezzare esteticamente un disco che invece a livello concettuale è indubbiamente un’opera mirabile." Questa frase, tratta dall'interessante articolo di Peasyfloyd, è un po' il sunto della mia recensione. E visto chè è molto più breve, conviene leggere questa e lasciar perdere la recensione

Dr.Paul (ha votato 1 questo disco) alle 20:35 del 7 gennaio 2012 ha scritto:

La musica per sua natura deve essere ascoltata e come tale ascoltabile.

di gran lunga preferibile uno sbilanciamento verso la forma piuttosto che verso il contenuto.

parole sante! disco truffa per eccellenza! il voto è 1 (presa per il culo)

ozzy(d) alle 20:56 del 7 gennaio 2012 ha scritto:

ma come si fa a mettere 1 a questo o allla trota e poi parlare di spartiacque rivoluzionario per quella sòla dei flaming lips peasy boh!!!!

Peasyfloyd (ha votato 1 questo disco) alle 17:49 del 9 gennaio 2012 ha scritto:

semplice. Qui di musica non ce n'è. Di là si.

nebraska82 alle 21:59 del 11 gennaio 2012 ha scritto:

inascoltabile.

benoitbrisefer alle 19:10 del 12 gennaio 2012 ha scritto:

L'ho ascoltato tutto (almeno credo) e non posso che associarmi al partito "ingiudicabile" e dunque coerentemente "non votabile" (dunque mi sfugge il voto, non perché è alto ma perché c'è). E' certamente una presa per il culo (e mi sembra che lo stesso Lou Reed lo abbia confermato, ma è anche vero che la presa per il culo poteva essere la conferma stessa), però ogni tanto qualcosa di buono mi sembrava di sentirlo.... masochismo, velleitario volontarismo, patetico tentativo di autoconforto per giustificare che qualche mille lire,a suo tempo, ce l'avevo buttate? BHO!

benoitbrisefer alle 19:10 del 12 gennaio 2012 ha scritto:

L'ho ascoltato tutto (almeno credo) e non posso che associarmi al partito "ingiudicabile" e dunque coerentemente "non votabile" (dunque mi sfugge il voto, non perché è alto ma perché c'è). E' certamente una presa per il culo (e mi sembra che lo stesso Lou Reed lo abbia confermato, ma è anche vero che la presa per il culo poteva essere la conferma stessa), però ogni tanto qualcosa di buono mi sembrava di sentirlo.... masochismo, velleitario volontarismo, patetico tentativo di autoconforto per giustificare che qualche mille lire,a suo tempo, ce l'avevo buttate? BHO!

mendustry (ha votato 8 questo disco) alle 14:00 del 19 gennaio 2012 ha scritto:

Figlio di Glenn Branca...

Non mi piace Lou Reed ma ammiro coloro che hanno legittimato presso le masse (istupidite dalla musica pop) il rumore, entità madre della musica.

ThirdEye alle 18:23 del 28 gennaio 2014 ha scritto:

Invalutabile. Oltre ad essere inascoltabile. Nient'altro che FEEDBACK. Pare qualcuno ne sia stato ispirato, quindi, ha avuto la sua importanza comunque. La terra ti sia lieve, Lou