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R Recensione

7,5/10

Ruggine

Iceberg

Come una violenta ondata di fango. Non esiste immagine più pertinente per descrivere il nuovo lavoro dei Ruggine : a vent'anni dall'alluvione che colpì Narzole, la band piemontese da' alle stampe il suo disco della maturità. E se Estrazione Matematica di Cellule era imponente, Iceberg lo è ancora di più.

Registrato da Massimiliano Moccia presso il Blue Record Studio di Mondovì, Iceberg mette ancora più a fuoco il suono di Simone Rossi, Paolo Scalabrino, Davide Olivero e Francesco Rossi. “Volevamo un suono potente e di impatto ma allo stesso tempo più rotondo e definito, dove tutti gli strumenti emergessero e si distinguessero”, ci conferma il batterista Davide Olivero, definendo il sound di Icebergforse meno spigoloso ma più definito e compatto”. “Abbiamo avuto un minimo di tempo in più per curare alcuni aspetti”, rivela ancora Olivero, che concepisce lo scorso lavoro come una “base da cui partire per valutare cosa tenere e cosa migliorare”.

Da lì si parte, infatti, per una proposta che conserva -potenziandole- le caratteristiche di sempre: un post-core dalla grana sludge, inquadrato in rigorose strutture ritmiche math per nove brani impattanti e saturi. “Babel” apre le danze con uno scatto di reni: un riff infuocato di basso che si sviluppa contrappuntato dai fendenti chitarristici di Simone Rossi, mentre i patterns ritmici si dispiegano imponenti. Si metabolizzano qui i linguaggi noise internazionali (The Jesus Lizard, Shellac), messi però al servizio di un'espressività ibrida, memore dei fondamentali Massimo Volume ma traslata in un contesto pienamente hardcore (non sarebbe azzardato, quindi, citare i torinesi Fluxus), con un Simone Rossi in stato di grazia ad interpretare i brani con enfasi e rabbia, regalando liriche accorate ed evocative (“Sono suoni confusi / immagini confuse / chilometri nel buio / e una sola certezza”, urla in “Babel”). 

In brani come “Raijin” (il dio del tuono nella mitologia giapponese) e “Ashur” (divinità della Mesopotamia) si respira l'aria di una catastrofe imminente, con le parti di chitarra che scavano solchi dolenti e una sessione ritmica da capogiro, tra desolate istantanee (“Tutto questo rimane di te / ed è un pezzo di carta che lo racconta”) e fieri scatti d'orgoglio (“Ogni azione causa una reazione / ed è ancora troppo presto per vedere scorrere i titoli di coda”), tutto però nel segno di discese inesorabili e domande senza risposta (“Potrà mai questa tormenta essermi di aiuto?”). Si continua con brani di grande spessore: “Daphnia”, dall'incedere circolare e strutturato su imponenti blocchi ritmici, “Siioma”, tesissima e compatta, “Pangea”, con quel giro di basso che porta dritti dritti ai Tool (senza contare le splendide liriche: “ Osservando il sinuoso danzare di un albero al passare del vento / quasi ipnotico e incessante rallenta i battiti / Forse destino è di assomigliare ad esso / un essere rispettoso della propria perenne natura / che pare inchinarsi e spogliarsi all’inverno imminente ”) o ancora “Pin Up”, marziale e malinconica, capace di sviluppi melodici di grande presa.

Un lavoro compatto ed organico che unisce spunti autoriali sempre più raffinati ad una grandissima sinergia nelle meccaniche strumentali, incapaci di concedere anche solo un attimo di tregua (raggiungendo apici di teatralità nell'ultima “Cds”, mastodontico commiato). “Quand’è che andremo avanti / prima che il passo diventi lento?”, si chiede Simone Rossi in “Ashur”. Ecco, l'impressione è che i Ruggine abbiano fatto balzi da gigante. E di certo non sembra essere questo il momento di rallentare il passo.

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