R Recensione

8/10

The 3rd And The Mortal

In This Room

E’ proprio vero che la genialità richiede la solitudine di una stanza. Quanti geni hanno composto i loro capolavori letterari e filosofici nel silenzio di una fredda stanzetta in preda a stati allucinatori, ansiogeni e compulsivo - paranoici? Si pensi a Giacomo Leopardi, Nietzsche e Van Gogh.

Soltanto le quattro mura in cui si erano rinchiusi potrebbero raccontare i deliranti stati in cui venivano partorite le opere destinate a cambiare il corso dei secoli.

La stanza: il luogo in cui i destini di intere generazioni si compiono, e quanto più essa sarà priva di orpelli, tanto più il soggetto ripiegato su di sé partorirà pensieri e riflessioni al contempo straordinarie e terribili.

Questo breve sproloquio è stato indispensabile per introdurre i norvegesi The 3rd And The Mortal, autori di un’opera geniale intitolata “ In this Room “ ( in questa stanza, appunto ). Quando ogni speranza è chiusa ed ogni amore è perduto la solitudine di una stanza vuole questo album come colonna sonora: 13 canzoni che si muovono a cavallo tra sperimentazione industriali e strascichi darkeggianti misti a tanto tanto jazz acido e contaminato.

Una fenomenologia della disperazione che fa tappa in stati d’ansia alimentati da visioni nostalgiche come in “ Sleep “, “ Sort of Invisibile “, “ Harvest “ o l’opener track “ Stream “ in cui la voce matura e severa di Ann-Mari Edvardsen duetta con tastiere malinconiche e minacciosi samples per poi esplodere in aperture acustico jazzaggianti da pelle d’oca.

Ma il tocco di genio arriva con la terza canzone del disco, “So pure “: è come se una Bjork meno elettronica s’incontrasse ad una cena insieme ai Portishead meno trip hop ed una Meredith Monk meno psicotica e insieme a questi evocasse gli spiriti di Edith Piaf e Nina Simone. So pure è una suite di puro Jazz mischiato all’elettronica moderna che spezza per un attimo l’atmosfera torbida e angosciante di “ in this room “ per regalarci un momento di malata sensualità.

Ma non sarà l’unico momento di pura follia: pezzi come “ Did you “, “ Hollow “ e “ Myriad of peep hole “ parlano chiaro, ricordandoci che con la solitudine e l’isolamento non si scherza affatto. Un album completo, pensato da tutti i punti di vista: malato e claustrofobico ma con la giusta dose e senza inutile ripetizioni. Difficile annoiarsi, il disco scorre così bene che disperarsi diviene una cosa quasi carina. Nient’altro da aggiungere se non il fatto che con questo album la Norvegia non era mai stata così fredda. Un applauso ai Third and the Mortal.

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