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R Recensione

7/10

LVL UP

Hoodwink’d

Negli anni novanta ha impazzato un pop punk di origine americana, stile Blink 182 o Weezer per intenderci, che ha cercato di sdoganare e rendere maggiormente accessibile un genere fino ad allora apprezzato soprattutto da una nicchia ristretta di appassionati; questo è avvenuto a suon di motivetti molto orecchiabili e commerciali.

In questo filone possono rientrare certamente gli LVL UP, band america di Purchase NY formata da Mike Caridi e Dave Benton alle chitarre, Nick Corbo al basso e Greg Rutkin alla batteria. 

"Hoodwink’d" è il loro secondo album dopo "Space Brothers" del 2011, per poco più di mezz’ora sembra di essere catapultati all’interno di uno dei tanti college americani respirandone l’atmosfera esuberante ed energica.

Di solito questi dischi, che non ho mai a priori sdegnato di ascoltare, finivano prestissimo in un cassetto a prendere polvere, e inizialmente "Hoodwink’d" sembrava destinato ad avere la stessa sorte. Dopo qualche ascolto però ho percepito un’atmosfera meno festaiola e fankazzista di come mi aspettavo in favore di un sound maggiormente intrigante e cazzuto.

Che sia subito chiaro, non stiamo parlando di un disco che lascerà un segno indelebile nel panorama musicale, l’album non contiene nulla che non si sia già sentito innumerevoli volte, detto questo riesce lo stesso a farsi apprezzare soprattutto per la sua freschezza ed energia.

Percussioni molto incisive e schitarrate ampie e potenti contraddistinguono i pezzi punk-rock come in "Angel from space", brano d’apertura caratterizzato da riff di chitarre scintillanti e come in "DBTS" che con la sua botta d’adrenalina sembra uscire da un disco dei Thermals. Arrangiamenti più veloci e morbidi disegnano invece i pezzi power pop anni ottanta come nella frenetica "Stoned Alone" o come nella solare "I Feel Ok". Non mancano anche momenti dai tratti lo-fi in stile Sonic Youth come nella brevissima "Total loss".

"Hoodwink’d", nonostante qualche piccola sbavatura e qualche cambio repentino di genere tra un pezzo e l’altro che a volte lascia un po’ spiazzati, risulta tuttavia sufficientemente coeso e con una sua ben definita identità.

Le contaminazioni e i riferimenti sono davvero molti, oltre ai gruppi già menzionati possiamo citare i Dinosaur Jr, i Green Day e perché no anche i Nirvana.

I testi invece parlano di frustrazioni e crisi esistenziali, di delusioni amorose e di come demonizzare i propri demoni interiori, tutti temi non nuovi, anzi direi oltremodo inflazionati e frequentemente utilizzati da ogni rock band che si rispetti, ma i nostri, attraverso una loro personale rielaborazione, sono comunque riusciti a trattarli in modo sufficientemente credibile.

Forse è proprio questa inquietudine di fondo che mi ha fatto apprezzare questo disco, perché se un lavoro non presenta almeno dei lati introspettivi o dei momenti più cupi è difficile che possa prendermi davvero.

"Hoodwink’d", in definitiva, è un lavoro che scorre benissimo, anche per la sua brevità, ma che al contempo non ha grosse pretese. Non mira a diventare una pietra miliare nel suo genere e questa, a mio avviso, è anche la sua forza, perché ha dalla sua quella spavalderia tipica del periodo tardo adolescenziale che rende il lavoro, tutto sommato, valido e facilmente fruibile.

Assegnato un mezzo voto in più d'incoraggiamento data la loro giovane età.

 

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