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R Recensione

7/10

LeSigarette!!

2+2=8

Che i soldi in sé non contano / È bene tenerlo a mente / Ogni tanto / Che i soldi invece servono / Devi ammetterlo / Ogni giorno” (“Mare”). Via dalla faccia quell’ombra di irritazione: non v’è supponenza alcuna. Lo cantano Jacopo Dell’Abate, anni 31, e Lorenzo Lemme, anni 37: non cantautori alle prime armi che si lagnano di qualsiasi circostanza non li faccia sentire Neil Young, ma uno scafato fonico di studio ed un booking manager che, d’un tratto, decidono di riprovare l’ebbrezza dei primi passi, l’emozione dei progetti nuovi, delle canzoni da condividere sotto assi scalcagnate e sudatissime. D’altro canto, “Non tutto è perfetto / Non tutto è matematico / Non tutto è sbagliato / Non tutto mi è simpatico” (“Buleria”). C’est la vie, baby. Due più due fa cinque, otto, nove, duecento: mica si preoccupava delle bollette da pagare, Pitagora. Ma con Pitagora, parola loro, qualcosa in comune c’è, aldilà della millimetrica coesione di chitarra e batteria: “Se fiuto mediocrità io tiro dritto / Non ho tempo da perdere / Preferisco star zitto / Preferisco star solo come un cane sciolto / Solo d’arte e bellezza voglio restare sconvolto” (“Prurito”). Stralunate storie di orgogliosa e decisa resistenza quotidiana. Venga, allora, anche la solitudine: “Ho riempito un bicchiere / Metà l’ho bevuto / Metà l’ho versato per terra / Ora resta soltanto il colore sul fondo / Ma il fondo chi lo conosce?” (“Mandarino”).

Con le sembianze di menestrelli naïf tenacemente impegnati a ricamare filastrocche del quotidiano, LeSigarette!! scrivono un disco d’esordio bislacco, giocherellone ed intelligentissimo. Acuto, in prima battuta, nell’apparire semplice al limite della trivialità, popolare quand’anche non volgare. L’impressione iniziale, che sono certo essere voluta, è quella. Poi – complice anche la quadratura di un suono secco ma ben lontano dalla prevedibilità, un tetris di incastri garage-funk con puntate matematiche mica da ridere: già il suadente 6/4 di “Buleria” parla da sé – la verità viene a galla: ed è una verità assolutamente imprevista, spiazzante. Ancora “Mandarino”, ad esempio: il testo, in superficie, è degno del Bugo di “Golia e Melchiorre”, ma evidentissime appaiono le storture chitarristiche (c’è davvero molto dei Minutemen, nume tutelare anche dell’ironica “Funambolo”) che sottolineano ad hoc i vari passaggi: si ricompone, infine, un quadro di piccola ineluttabilità casalinga che si espleta nel concreto, musicale e lirico. “Mandibola” è un elogio del disimpegno che trotta con soverchio dinamismo noise-punk da dancefloor: la ritmatissima “Aprire La Mente” va addirittura a rispolverare le lunatiche melodie lo-fi degli slacker americani di fine anni ’90 – ma con quel virtuosismo da cameretta sempre trattenuto in punta di dita, sempre addomesticato prima che prenda definitivamente piede.

Musica sento / Musica suono / Che mi fa ridere”: ecco il busillis di “Albero”, un haiku che ricorda gli Zen Circus al meglio della loro forma, spogliati da ogni provocazione di facciata. Staccata la spina agli amplificatori, rimane il solo cicalare dei grilli: pulsazioni metropolitane e ruralismo nostalgico. “2+2=8” fa omoteleuto fonico con autoprodotto (condizione di verità soddisfatta a priori) e omoteleuto semantico con gran disco (condizione di verità soddisfatta a posteriori e pronta per essere verificata da altri).

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