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R Recensione

6,5/10

LeSigarette!!

La Musica Non Serve A Niente

Sarà mancanza d’autostima o eccesso di pragmatismo, ma non passa giorno che non mi ponga le fatidiche domande: dove sto andando, cosa sto facendo, a chi o a che cosa serve veramente quello di cui mi occupo? Risposte non ce ne sono, ma mi conforta non essere l’ultimo, né il più complessato. Jacopo Dell’Abate e Lorenzo Lemme, che hanno (in)coscientemente scelto di vivere di musica nell’epoca prima nemica del music business, sintetizzano nel solito modo magistrale il paradosso del proprio mestiere-non mestiere: “La musica non serve a niente, praticamente / Se la rapporti ad un telefono, una strada, un treno o un ponte / Rispetto ad una casa, un porto, un aeroplano, un ristorante / Una canzone è inutile, effettivamente”. Facesse fare soldi o garantisse il potere, almeno: ma no, nemmeno quello. Il motivo di tanta e tale perseveranza è, piuttosto, un altro: “Però poi quando sto male / Mi commuovo mentre canto una canzone / Urlo a squarciagola le parole / E spero in una rivoluzione” (“La Musica Non Serve A Niente”). Musica come catarsi, songwriting come psicoanalisi ad impatto zero (“Se sono commosso / O sono contento / Se sono depresso / Oppure sono distrutto / Quando mi stresso / Se non mi ascolto / In ogni caso / Piangere è perfetto”, da “Capovolto”) et voilà, revenge is a dish best served cold, senza nemmeno passare dal via (tanto, “Dei miei diritti non t’importa una sega / Di fare l’angioletto sai che mi frega”, da “Vaffanculo”).

A due anni di distanza dal bell’esordio “2+2=8”, il comeback del duo capitolino è una preziosa conferma di quanto LeSigarette!! sia un progetto senza eguali in Italia. Senza troppi scossoni, anche in “La Musica Non Serve A Niente” il fulcro del discorso è capitalizzato dal sottile contrasto fra il surrealismo quotidiano delle liriche – perlopiù storielle di naïf autoriale, con punte di distopia più vera del vero nell’immaginario cartoonesco che irrompe fra le nevrosi di “Siluro” – e il raffinato ordito strumentale intessuto da chitarra e batteria, una summa coerente e contagiosa della lezione ritmica impartita dagli anni ’90. Ne risulta un disco breve, asciutto e ancor più diretto del predecessore, ma con quel non so che perennemente in fuga dalle smanie incasellatrici dell’ascoltatore: siano le storture punk funk dell’anthemica title track, le imperfette armonie slacker di “Capovolto” o i guizzanti rivoltolamenti chitarristici di “Muoversi”. Potabile sì, insomma, ma con riserva. Il resto lo fa una scrittura leggermente più aspra del solito (le detonanti distorsioni dell’esilarante “Siluro”, il ludico fuzz di “Vaffanculo”), alcuni guizzi isolati (il rumoroso ritornello grungey di “Appena Svegliato” risolleva le sorti di un brano un po’ sottotono) e, sopra ogni altra cosa, il notevole alt rock di “Non Peso Niente”, costruito su un 7/8 dall’assoluta presa.

Curiosità di fine articolo: l’album, uscito ad ottobre in digitale e da pochi giorni in formato fisico, è tra le primissime produzioni di ‘N Etichetta, la label nata dall’esperienza melogastronomica del locale romano ‘Na Cosetta. 

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Utente non più registrato alle 11:51 del 17 gennaio ha scritto:

La musica non serve a niente...ahimè sono "riflessioni" che ogni "artista" (nel senso più ampio del termine) si pone da decenni.

L'arte ormai è solo affare, investimento...

FrancescoB alle 11:27 del 20 gennaio ha scritto:

Per me lo è da sempre, sono allergico alla nostalgia su questo fronte. Oscar Wilde proclamava che "Tutta l'arte è completamente inutile", e dubito sia stato il primo! Anzi, oggi ci sono più strumenti che consentono di esprimersi anche al di fuori di determinati circuiti, la situazione è migliorata su questo piano. Tornando al disco: la recensione mi ha incuriosito, accantonerò la mia idiosincrasia per tanto indie italiano contemporaneo e mi confronterò con il disco.

Marco_Biasio, autore, alle 13:04 del 20 gennaio ha scritto:

Per me ti piacerà, il chitarrismo ha molto dei Minutemen (anche più che nel disco precedente). A creare problemi potrebbero essere, al massimo, i testi un po' ingenui e scanzonati, che però creano un bel contrasto con l'interplay strumentale. Dura così poco che provarlo non costa niente.

Utente non più registrato alle 10:53 del 21 gennaio ha scritto:

Per il mio personale indirizzo, mi riferivo soprattutto alle arti visive.

Il discorso sarebbe molto lungo e complesso, potrei sintetizzarlo al massimo dicendo che l'arte non fa più "mondo".

Utente non più registrato alle 10:55 del 21 gennaio ha scritto:

Per il mio personale indirizzo, mi riferivo soprattutto alle arti visive.

Il discorso sarebbe molto lungo e complesso, potrei sintetizzarlo al massimo dicendo che l'arte non fa più "mondo".

Di quale nostalgia parli?!

FrancescoB alle 17:15 del 21 gennaio ha scritto:

Scherzavo VDGG, comunque mi riferivo all'oramai buttato nella frase, che sembra alludere a scenari passati diversi e "migliori", tutto qui.

Utente non più registrato alle 10:40 del 22 gennaio ha scritto:

Mado' France' però avete la fissa...qualunque cosa si dice si finisce sempre a "nostalgia" e/o "scenari passati" essu'...

L'arte, gli artisti soprattutto fino agli inizi dell'800, avevano o non avevano una maggiore importanza rispetto allo stato attuale? Credo sia innegabile...

Quindi, se permetti, un artista anche con i mezzi contemporanei a disposizione, ha una difficoltà enorme anche solo di visibilità. Questa "difficoltà" sarà maggiore se utilizza linguaggi non immediatamente comprensibili ai più.

Con questo mi aggancio ai ragionamenti fatti nel forum.

FrancescoB alle 10:52 del 22 gennaio ha scritto:

Va bene ma anche tu scatti subito eh

Comunque non avevano una maggiore importanza, erano in pochi, una quantità infinitesimale rispetto a quella attuale, e la produzione/fruizione delle opere era riservata a una stretta minoranza di nobili e ceti benestanti, mentre il 90% abbondante della popolazione arrancava nel fango dell'analfabetismo ed era privata dei mezzi minimi di sussistenza, figuriamoci se poteva pensare all'arte. Chissà quanti fenomeni ci siamo persi! E lo dico con rammarico.

Io sinceramente preferisco lo stato attuale delle cose: abbiamo liberato le potenzialità espressive, anche grazie alla tecnologia. Il peer to peer ha terminato il lavoro iniziato dal punk, anzi dalla controcultura, da Kerouac e Ginsberg che salutavano la fine della guerra. Poi certo ci sono limiti di altra natura, legati anche alle esigenze del mercato (se non vendi non esisti) e all'esistenza di una produzione ipertrofica, in cui scegliere diventa quasi impossibile. Come si dice spesso, siamo nell'epoca in cui "tutti scrivono e pochi leggono", volendo estendere il discorso "tutti suonano e pochi ascoltano".

Utente non più registrato alle 15:06 del 22 gennaio ha scritto:

Scatto ironico eeh

Discorso come dicevo troppo complesso per affrontarlo qui in poche righe.