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6,5/10

Shocking Pinks

Shocking Pinks

Due album (Mathematical Warfare e Infinity Land) fusi insieme per dar vita a questo Shocking Pinks.

Si potrebbe dire di essere davanti ad un “best of”, e un pò è così. Ma in realtà lo scopo era solamente quello di ovviare alla poca fruibilità dei due album della band e di riproporne i momenti migliori in questo unico lavoro.

Per descriverlo in due parole si tratta di un album anni ’90 che prende ispirazione dagli anni ’80 e compare sbadatamente nel nuovo millennio.

Basta provare ad accennare le influenze: Jesus and Mary Chain, qualcosina dei Dinosaur Jr, un’attitudine alla Radiohead e un sapore adolescenziale, in alcuni passaggi, in stile Placebo.

Il tutto per un disco che predilige i distorsori, le filastrocche drogate e alienate, e la svogliatezza giovanile tipo: tutto mi fa schifo, pure la roba che faccio.

Insomma, un apparente disimpegno, evidente soprattutto nella maniera piatta e distratta di cantare, che riesce però ad attecchire e a dimostrare che la sostanza è tutt’altro .

Ciò che dona poi a questo album un aspetto moderno è un uso “meccanico” dell’elettronica alla Deerhunter.

Quest’ultima caratteristica si trova ad esempio in brani come Yes! No!, ossessiva ed incalzante, nel ritmo pseudo tribale di Smokescreen, in quella ballata instabile e multiforme che è Jealousy ed infine nello strumentale Cutout.

L’altra faccia del disco è costituita da pezzi per anemico-alternativi ed un po’ lo-fi come This Aching Deal, dalla ritmica precisa e incalzante e dalla melodia chitarristica votata alla dolcezza e alla limpidezza, stessa cosa nella seguente How Am I Not Myself, contrassegnata dalla trasognatezza Radioheadiana.

Decisamente più derivate dai Jesus and Mary Chain ci sono le elettriche e distorte Second Hand Girl, Emily, Blonde Haired Girl (la più casinista) e Victims, tutte consacrate ad una velocità con la testa tra le nuvole tipicamente shoegaze.

In pezzi come End Of The World, The Narrator, Girl On The Northern Line e You Can Make Me Feel Bad fa capolino l’abilità del gruppo a dipingere ottimi pezzi “lenti” in perfetto bilico tra la ballata e il pezzo elettronico colmo di fraseggi elettronici avvolgenti.

Il giudizio finale non può che essere positivo seppur critico, riconoscendo all’album una buona compattezza e robustezza, ma ammettendo un’eccessiva derivatività che rischia di far scadere il tutto in un rassegnato: “già sentito”.

Ma tutto sommato in questo caso la cosa si può accettare senza troppe storie.

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