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6/10

Clan Destino

Clan Destino

Il rock italiano ha vissuto uno dei suoi periodi più fertili nella prima metà degli anni Novanta, grazie all'uscita di molti album significativi per la sua storia: i Litfiba pubblicavano nell'ordine El diablo, Terremoto e Spirito; i Timoria, dopo l'esordio nel 1988 con Macchine e dollari, dimostravano di essere in pieno periodo creativo pubblicando ben cinque dischi nell'arco di sei anni, fra i quali spiccava il capolavoro Viaggio senza vento del 1993; anche i Gang non stavano a guardare, sebbene i dischi più spiccatamente rock della band in parte erano già usciti (metà anni Ottanta) e ne sarebbero poi arrivati altri due negli ultimi tre anni del secolo. Iniziavano, poi, a venire fuori alcuni volti nuovi, come ad esempio i Negrita, che pubblicavano il loro omonimo album d'esordio nel 1994; inoltre, a partire dal 1990, anche l'allora sconosciuto Luciano Ligabue iniziava a farsi apprezzare dal grande pubblico.

A curare gli arrangiamenti e l'accompagnamento proprio di Ligabue nei suoi primi quattro album c'erano quattro ragazzi che, già da allora, si trovavano alla ricerca di un'identità: Max Cottafavi, Gigi Cavalli Cocchi, Luciano Ghezzi e, dal 1992, Gianfranco Fornaciari. Più semplicemente, i Clan Destino. La band, una volta concluso il sodalizio con il cantautore, intraprese una carriera a sé stante. In questo clima di fervida produzione rock, l'album d'esordio dei Clan Destino (dall'omonimo titolo) si va ad incastonare perfettamente come l'ennesima perla di un periodo rimasto bene impresso nell'immaginario collettivo degli appassionati del genere. Nonostante alcuni innegabili difetti, infatti, questo disco riporta al pubblico italiano il sound del più classico rock anni Settanta. I riferimenti a mostri sacri del genere si sprecano: il disco in più punti rievoca i vecchi fasti del periodo più florido della musica rock, quando a farla da padrone erano vere e proprie entità quali Led Zeppelin, Deep Purple o Uriah Heep, senza però tralasciare il southern-rock ispirato a gente come ZZ Top o Lynyrd Skynyrd. Infine, un altro genere che influenza fortemente il sound del disco è senza dubbio il blues, che spicca soprattutto in brani come Per gli amici e Pilic blues.

Musicalmente il disco non si discute, il livello tecnico è davvero elevato: la batteria di Gigi Cavalli Cocchi detta alla perfezione i tempi dell'album senza rinunciare al virtuosismo nei momenti più opportuni; anche Max Cottafavi alle chitarre riesce a farsi apprezzare con uno stile alquanto interessante. Tuttavia, riportando l'attenzione sui punti deboli del disco, ci sono due caratteristiche che si connotano come la croce e delizia dell'album. La prima sono i testi dei brani, che alternano vere e proprie chicche, quali Lui non ci sarà, Usa e getta o Pelle scura, a pezzi che peccano di banalità e suonano scontati, come Houdini o Il tuo segno qual è. La seconda è la voce di Gianfranco Fornaciari: per tutta la durata del disco è complessivamente positiva, si lega bene al genere della band grazie al suo timbro ruvido e incisivo, ma talvolta il cantante eccede nella ricerca del virtuosismo e si abbandona a versi vezzeggianti sicuramente evitabili e spesso ridondanti. Inoltre, nella voce di Fornaciari, emerge la tendenza a biascicare le parole, rendendole spesso incomprensibili.

Il disco, registrato nell'arco di due mesi con l'ausilio del fonico Massimo Lepore presso lo studio Avant Garde di Milano, vanta alcune partecipazioni degne di nota: seguendo l'ordine di scaletta, in Per gli amici i cori sono di Paolo Salandini, Antonio Zeni, Cristiana Arnaud e, soprattutto, dei già citati Timoria, ai quali i Clan Destino dedicano il pezzo di apertura intitolato Fratello (dedica resa esplicita dalla citazione nell'interno della copertina); in Pilic blues, invece, a suonare l'armonica è il celebre Fabio Treves; infine, il secondo assolo di chitarra in Questo giro è per noi è opera di uno dei chitarristi più tecnicamente dotati nella storia della musica italiana, vale a dire Luigi Schiavone.

Sia per questo disco d'esordio sia per il successivo Cuore-stomaco-cervello del 1995, la produzione venne originariamente affidata ad Angelo Carrara. Nel 2011, vista la forte richiesta degli album dei Clan Destino soprattutto da parte del pubblico di Ligabue che aveva avuto modo di apprezzarli nel concerto al Campovolo in cui i Clan Destino tornarono a suonare insieme al cantautore emiliano, la casa discografica Target ha deciso di ristampare le prime due opere della band. A queste seguì solamente Il giorno che verrà, una sorta di EP pubblicato nel 2010.

L'album è sicuramente apprezzabile per chi ama il rock-blues, è piacevole e complessivamente scorre fluido, a tratti arrabbiato e urlante, come la più nobile tradizione rock richiede; la gradevolezza del disco aumenta se si segue il consiglio che la band dà all'ascoltatore all'interno della copertina: "da ascoltare ad alto volume". Tuttavia, alcuni episodi risultano, alla lunga, un po' ripetitivi, anche se sempre fatti bene tecnicamente e, per questo, comunque meritevoli di rispetto. Come già detto, tecnicamente sarebbe ingiusto criticare la band: il sound è sempre ben fatto ed ogni componente del gruppo sembra essere perfettamente calato nel proprio ruolo senza sbavature o approssimazioni di troppo. D'altronde, ci sarà stato un motivo se, dopo la rottura con i Clan Destino, la qualità tecnica e sonora della produzione di Luciano Ligabue è inesorabilmente calata diventando un mero fenomeno da fase adolescenziale… o no?

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