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R Recensione

6,5/10

Lilith and the Sinnersaints

The Black Lady And The Sinner Saints

Lilith è una veterana del rock nostrano: i suoi Not Moving nel corso degli anni ’80 hanno costituito una faccia importante della scena punk-rock italiana, sfornando lavori degni di nota come l’ep Black’n’Wild e l’album Sinnermen, arrivando ad aprire i concerti di mostri sacri quali i Clash e Johnny Thunders, mescolando l’influsso dei Dead Boys con quello degli X e dei Gun Club. Dal 1990 Lilith ha però intrapreso la carriera solista, caratterizzata da sonorità più sommesse e introspettive e maturata negli anni fino ad arrivare a questo The Black Lady and The Sinner Saints (evidente citazione dall’album The Black Saints and The Sinner Lady di Charles Mingus).

Ne sono cambiate di cose dal 1982, dai tempi del punk (e del punk più autentico anche) e della new wave…Tuttavia una cosa è rimasta la stessa, e cioè la passione e la voglia di celebrare quella gran cosa che è il rock’n’roll, e un’altra è migliorata, ovvero la voce della cantante, lugubre, grave ed esperta.

Dopo una rapida intro che chiarisce subito l’intento concettuale dell’album (e che troverà chiusura con The Sinner Lady alla decima traccia), ecco che si parte subito in quarta con Mumbo Jumbo Talking Blues, un ipnotico rito voodoo dai toni sciamanici e oscuri, capace di integrare in sé lo spirito più evocativo e mistico della chitarra elettrica, oltre che sfoggiare una voce esperta e dotata di una spiccata personalità, per un pezzo davvero convincente nella sua fangosa vorticosità, anche grazie alla collaborazione dei Santo Niente.

La successiva Hammer Ring è un blues, qui riproposto con un approccio al genere che deve molto ai Dream Syndicate, tratto dalle compilation di Alan Lomax e ispirato ai canti carcerari americani. Ci si dimentica così per un attimo della provenienza emiliana dei nostri interpreti, in grado di rievocare antichi fantasmi di terre lontane. Ennesimo omaggio al rock è la successiva I Need Somebody, indimenticabile brano degli Stooges, riarrangiata in chiave pianistica da Paolo Apollo Negri. Gli ospiti sono ancora molti, a partire dalla successiva Core Of The Time, pezzo dai toni desertici e dalle sonorità espanse, che vede Giovanni Ferrario ad accompagnare Lilith nell’interpretazione, per procedere col rock-blues di Cousin Martino, dove si ritrova una vecchia conoscenza dei tempi dei Not Moving (Dome La Muerte), per gustare la collaborazione con i Julie’s Haircut (nella bella Something Happens For The First Time), e ancora con Stefano Pibio Silva, François Regis Cambuzat, passando dalla canzone francese di Autumn Leaves all’intrigante tango-rock di Secret Rendez Vous

Insomma, un lavoro a tratti enciclopedico, o meglio, un lavoro culturale oltre che passionale. Perché questo nuovo album sembra proprio avere questo intento, più che dignitoso a mio parere, di rendere omaggio non tanto agli idoli rock, quanto al rock stesso, alle sue radici come ai suoi più recenti sviluppi, il tutto con un approccio jazz per quanto riguarda devozione e meticolosità.

E ogni tanto celebrare un pochino questo fenomeno che da sessant’anni non smette di compiere rivoluzioni di ogni genere, ognuna capace di entusiasmare intere generazioni, è un qualcosa di importante, almeno per non farci perdere consapevolezza sulle origini della musica che oggi ascoltiamo.

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