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R Recensione

7,5/10

Sant Antonio Stuntmen

Into the Aorta

La storia di Into The Aorta, primo lavoro dei padovani Sant’Antonio Stuntmen, è una storia che va fatta risalire almeno al 2006, periodo in cui uscì la versione autoprodotta del disco in questione. Dico almeno perché, volendo essere precisi, questo lavoro affonda le sue radici in un universo musicale che va dall’hardcore maturo di fine anni ‘80, al post-core anni ’90 fino a toccare i lidi del post-rock.

In ogni caso, a due anni di distanza, i nostri riescono a fare il salto di qualità, venendo distribuiti da Audioglobe e Black Nutria: finalmente quindi il pirotecnico stile dei quattro veneti può riscuotere il successo che merita, nonostante i riconoscimenti non siano venuti del tutto a mancare negli ultimi anni.

L’agevolezza nel passare da un genere ad un altro, da una sfuriata chitarristica ad un arpeggio post-rock, è notevole, riuscendo a dar vita a pezzi mutanti, imprevedibili, schizofrenici, deliranti.

Tralasciando l’intro, che assieme alla biografia del gruppo sul sito web ci fa capire come questo non si prenda molto sul serio, passiamo all’ascolto del primo degli otto multisfaccettati brani di Into The Aorta.

Un riffone disturbato dalle dissonanze della seconda chitarra ci introduce nel vorticoso e caotico hardcore di Ruzene che pesca un po’ dai Big Black (nelle fragorose incursioni rumoristiche) e un po’ dai Fugazi (nei frequenti rallentamenti affidati al basso).

Ancora velocità estrema con la terza breve traccia, Elvis, caratterizzata da una efficace e graditissima seconda chitarra ad affilare il riff portante, marchiando a fuoco tutto lo srotolarsi del pezzo. Superdeathbrutalgrindskifosilimbo, impronunciabile titolo, rende bene l’idea del caos che domina nelle composizioni dei Sant’Antonio, caos che inizia a farsi sempre più vario a partire dal pezzo in questione. Dal tema iniziale, classico hardcore di stampo eighties, iniziano a districarsi nuove soluzioni fatte di improvvisi rallentamenti dominati ora dal basso pulsante, ora dai solo della chitarra, ora da esplosioni rumoriste in stile Sonic Youth, per giungere ad una conclusione che va, oltre ogni aspettativa, a sfoggiare un tenue tema melodico, brutalizzato però nel ritrovato impeto noise.

Sommergibile si snoda a fatica partendo da un lento e vagheggiante incedere, discendente delle progressioni Slintiane o Rodaniane; verso i due minuti il tutto però subisce una consistente accelerata, sfoggiando uno splendido accavallarsi disordinato di chitarre elettriche. Ancora una breve pausa ed ecco che una disarmante esplosione chitarristica giunge a martoriare la quiete del brano. Si prosegue con Sushi Monster, violentissimo marasma di riff al fulmicotone, dissonanze e disturbi vari, solcato da una voce in preda al delirio più totale. Ottima la sessione ritmica, martellante, roboante, fluida, perfettamente in grado di accentuare e sostenere tutte le diverse sfumature del brano. All’entusiasmante cavalcata strumentale finale segue la sincope di A-Ah-Ha, faticosamente capace di svincolarsi dalla sua rigidità per convergere in un refrain slanciato e decisamente vario, una metamorfosi rapida ma netta, che trova il suo apice nei contrappunti che precedono la sfuriata conclusiva.

Il pezzo più complesso è però senza dubbio il successivo Sofà, perfettamente a suo agio nel riassumere all’interno dei suoi sei minuti e otto secondi, ogni aspetto dell’album: apertura strumentale Big Blackiana, suo avvilupparsi in strutture più controllate, a metà tra i Sonic Youth e gli Slint, per proseguire con ogni genere di trovata ritmica e armonica, tra rallentamenti penetranti e esplosioni brucianti.

Molto più italiane le basi su cui poggia l’ultima Caene, in bilico tra Marlene Kuntz e Verdena, quindi molto più vincolata nei limiti della forma canzone. Ma insomma, un ottimo modo per concludere in relativa quiete un lavoro davvero notevole e impegnativo (per le orecchie si intende…), nonché la dimostrazione di come i nostri sappiano trovarsi a loro agio anche in questo ultimo frangente.

Poco da aggiungere a questo punto, se non che i Sant’Antonio Stuntmen hanno saputo, con il loro Into The Aorta, regalarci un’ottima prova di fantasia e una mirabolante (anche se non del tutto inedita, lo ammetto) summa dei generi più significativi degli ultimi 20 anni.

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Voto degli utenti: 6,3/10 in media su 4 voti.
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krikka 4/10

C Commenti

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Peasyfloyd (ha votato 8 questo disco) alle 0:55 del 27 agosto 2008 ha scritto:

confermo

disco davvero interessante di un gruppo straripante. E soprattutto la conferma che abbiamo una scena post-core molto fiorente in Italia. E sticazzi chi se l'aspettava?!

TheManMachine (ha votato 6 questo disco) alle 13:52 del 27 agosto 2008 ha scritto:

Ma, secondo me, a questi ragazzi è proprio la fantasia quello che manca. E' già stato tutto fatto, tutto già sentito. Anche se non nego che il risultato qua e là può risultare gradevole. Speriamo nel potenziale inespresso, che sicuramente c'è. Recensione molto buona ma 8/10 mi sembra un rating fin troppo generoso per questo disco.

fabfabfab (ha votato 7 questo disco) alle 14:15 del 27 agosto 2008 ha scritto:

Sono d'accordo con l'Uomo Macchina, anche se ...

GiudiceWoodcock alle 16:06 del 29 agosto 2008 ha scritto:

il commento di man machine e' cosi' inebriante e noioso alla stesso tempo che stavo per entrare in coma etilico

TheManMachine (ha votato 6 questo disco) alle 12:29 del 30 agosto 2008 ha scritto:

Ah ah, giudice woodcock, questa del coma etilico è divertente, sul serio! Bravo! Altre invece le spammi a raffica di mitra, copiaincollandole poi da altri siti, mi pare. Dai, impegnati, so che puoi fare di più, e di meglio!