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R Recensione

7/10

My Bloody Valentine

MBV

È uscito l'ultimo album dei My Bloody Valentine. Di già? E si perché 22 anni (tanto è passato da Loveless, l'ultimo LP) possono essere un'eternità come un battito d'ali di farfalla se parliamo del gruppo che ha cambiato i connotati alla musica tradizionale in una maniera tanto innovativa e codificante che tanti, troppi (?), in questi anni ti hanno più o meno fatto pensare a loro.

Prima di cominciare lasciatemi dire che se siete alla ricerca di una recensione che soddisfi le ansie da tecnocrati della musica o volete trastullarvi con iperboli che incastrino sublimemente espressioni come shoegazing , stratificazioni, riverberi, saturazioni, fuzz, muri di suono, chitarre noise, dream pop, e via dicendo, andate pure a leggervi le migliaia di recensioni che inonderanno a breve l'orbe webbaqueo, io cercherò semplicemente di trasmettere ciò che questo disco mi ha lasciato, dicendovi, possibilmente, se mi è piaciuto e nel caso quanto. 

Non è tracotanza banalotta o smania di voler essere diversi e migliori, ma semplice invito a spogliarsi della ruggine che 22 anni di ininterrotta pioggia acida hanno sedimentato nelle nostre orecchie e nella nostra testa. Se è vero che l’attesa del piacere è essa stessa piacere, e anche vero che nel frattempo il mito ha alimentato un mostro, con parziale verità anche per il viceversa. E si perché se fino al 2012 (concedo il beneficio del dubbio all’appena cominciato 2013) la musica più in voga “in-certi ambienti” si è rifatta in modo abominevole al prototipo sviluppato da band come My Bloody Valentine e The Jesus and Mary Chain ciò è dovuto, ma è una mia opinione, più alla ricerca spasmodica dell’inesplorato rivendibile come esclusiva sciccheria che ad altro. Non che le suddette band non abbiano rappresentato delle pietre miliari nella storia della musica e nella mia personale formazione musicale. Ma neanche giusto sarebbe idolatrare fino alla fanatica adorazione chi, alla fine, ha semplicemente fatto, più che onestamente e molto meglio di altri, il proprio mestiere di artista che, per definizione, deve metterci del suo.

I 25 anni di interrotta carriera dei My Bloody Valentine continuano oggi con l’uscita, scoordinata, originale ma un tantino schizofrenica, di questo MBV. Quando molti ormai avevano perso ogni speranza il 2 febbraio 2013 Shields e soci annunciano via social network (e si, oggi usa così) l’uscita, dalla mezzanotte, del loro nuovo album, l’atteso, più volte annunciato e poi sempre rimandato,  follow up di Loveless. Mentre il sottoscritto dormiva beatamente, che tanto il giorno dopo sarebbe stato lo stesso, migliaia di fan aspettano la mezzanotte sul portale più sanguinoso del pop mondiale per scaricare e ascoltare prima di tutti l’ottava meraviglia dell’umanità. Il sito va in tilt, crasha a ripetizione lasciando molte bocche asciutte e tanti sogni turbati. Davanti ad un muffin ai mirtilli e un ottimo cappuccino con tripla schiuma, comodamente seduto, tre giorni dopo arriva anche il mio turno.

Tutto d’un fiato allora, il cappuccino. Poi comincio seriamente l’ascolto, che si riferisce necessariamente alla versione digitale, l’unica ad oggi rilasciata e considerando l’attendibilità delle dichiarazioni della band, l’unico dato sicuro e incontrovertibile.

Se l’idea è di porsi in scia per dare un seguito a Loveless, la prima traccia, She found now, spiazza un po’. Il magma sonoro è lento, ruvido, più sporco e molto meno decifrabile di quanto avviene mediamente nel suddetto capolavoro. Per quanto la melodia sia riconoscibile e apprezzabile, non c’è quell’immediata empatia che l’assuefazione ai suoni di Loveless avrebbe richiesto. Cosa che in parte accade con la successiva Only Tomorrow. Potente e dal piglio più vivace e deciso, sebbene sempre sepolta da una nube tossica di rumore in bassa fedeltà (che fatica non dire noise), ricorda il passato senza necessariamente ricalcarlo pedissequamente. Un primo vero segnale di vita nuova lo si ha con la tripletta Is this and yes/ If I am/ New you. Organetto e vellutata drum machine a fare da tappeto ai lamenti da sirena di Bilinda Butcher (Is this and yes), vaneggiamenti elettronici su melodie celestiali e ritmi sgonfi e sfibrati (If I am) un travolgente passo techno pop/hip pop (New you) passeranno probabilmente alla storia come il momento più pop del dream dei My Bloody Valentine.

In another way è la chitarra di Tom Morello dei Rage against the machine che ti appare in sogno a comunicarti il nuovo sodalizio amoroso con Satomi Matsuzaki, la voce nip-pop dei Deerhoof. Un sogno che viene bruscamente interrotto dal rave party scatenato da Nothing is con il suo loop di magnifico e pulsante fracasso, sempre uguale a se stesso eppure maledettamente necessario e dalla confusa e caotica (per alcuni un pregio, non per me) Wonder 2. Un mix perfetto, ex cathedra, tra sogno e rumore è ancora ben espresso in Who sees you.

Ho sempre ritrovato nel suono dei My Bloody Valentine un lato più duro e oscuro ed uno più sognante e mieloso che nel corso degli anni ha raggiunto quell’equilibrio perfetto nella miscela che gli ha resi unici. MBV, nei suoi variegati momenti, estremizza queste due facce rompendo in parte l’incantesimo del suddetto canone di perfezione alla ricerca di qualcosa che non venisse percepito come banale ripetizione o tombale autocelebrazione. Quanto l’esperimento sia effettivamente riuscito lo dirà il tempo e l’eventuale susseguirsi degli ascolti. Sta di fatto che i MBV, quantomeno, hanno finalmente placato le ansie di chi ha aspettato tanto.  Se la pretesa di qualità e quindi la soddisfazione dovesse essere proporzionata al tempo dell’attesa, saremmo autorizzati a sentirci davvero delusi. Preso invece per quello che è, sic et simpliciter, MBV, è un album valido, onesto, difficile per certi versi, ma lascia alla fine piacevolmente rinfrancati. In tanti hanno fatto quello che Shields e soci hanno teorizzato anni fa, ma quando il maestro scende (o sale?) nuovamente in campo, accorgersi che sia tutta un’altra musica, è rassicurante e rende finalmente giustizia a chi le scarpe le fissava non per vanità, ma per cambiare il destino delle cose.

V Voti

Voto degli utenti: 7/10 in media su 23 voti.
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layne74 5,5/10
Noi! 7,5/10
gramsci 5,5/10
loson 5,5/10
brian 6/10
max997 8/10
Cas 6,5/10
hiperwlt 6,5/10
ThirdEye 7,5/10
mavri 8/10
giank 7/10
pieera 7,5/10
rael 6,5/10
madcat 10/10
Lepo 7,5/10

C Commenti

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Kid_Ale alle 11:21 del 7 febbraio 2013 ha scritto:

My Vloody Balentine? Lol

Franz Bungaro, autore, alle 12:11 del 7 febbraio 2013 ha scritto:

Interessante, chissà cosa penserebbe Freud!

salvatore (ha votato 6 questo disco) alle 12:19 del 7 febbraio 2013 ha scritto:

I My Bloody Valentine... Band che, come poche altre, mi ha formato musicalmente. Detto ciò - e perdonate l'eccesso di zucchero -, credo che il problema di questo disco sia "semplicemente" e chiaramente uno: dietro tutti questi - fantastici - trasparenti muri di suono, mancano le suberbe e sognanti linee melodiche di "Isn't anything" e di "Loveless". Detto di una musica che fonda tutto, o quasi, su ciò, mi sembra un problema non trascurabile. L'incanto sembra ripetersi in brani come "Only tomorrow", "If I" e soprattutto "Wonder 22", l'apice alle mie orecchie, ma è troppo poco per loro. Il disco è certamente il più oscuro che abbiano mai realizzato, il più claustrofobico e la copertina, lasciatemelo dire, è superlativa! Per il voto - tornerò dopo qualche altro ascolto - credo che sarò un po' meno generoso, di te, Franz. Ad ogni modo, bella la recensione e condivisibilissima l'ultima frase della stessa!

Marco_Biasio alle 12:47 del 7 febbraio 2013 ha scritto:

Posto che gli ho dato due ascolti distratti e che quindi il mio giudizio - comunque tendente al positivo - è ben lontano dall'essere attendibile, chiedo: se non ci fosse scritto "My Bloody Valentine" sopra, sarebbe accolto ugualmente con la stessa trepidanza, con lo stesso favore, con la stessa benevolenza? Cosa distingue, oggi, nel 2013, il "loro" shoegaze da quello dei milioni di emuli spuntati in più di vent'anni?

Franz Bungaro, autore, alle 12:59 del 7 febbraio 2013 ha scritto:

Alla tua domanda, Marco, più che legittima e che mi sono fatto anch'io, ho cercato di rispondere nella recensione, proprio quando ho precisato che l'approccio al disco sarebbe stato nudo e libero, o almeno c'ho provato. Che poi il nome abbia necessariamente richiamato il clamore, è normale. Parliamo cmq di un gruppo storico che ritorna dopo anni di silenzio. Inevitabile quindi il clamore. L'abilità sta nel non farsi travolgere dal delirio dei fanatici. Spero di esserci riuscito. Cmq ce l'ho messa tutta!

salvatore (ha votato 6 questo disco) alle 13:10 del 7 febbraio 2013 ha scritto:

Beh, Marco, molto soggettivamente e sinceramente ti rispondo "No" alla prima domanda. Ma credo non sia neanche troppo ingiusto: quando una band si è costruita, sul campo, una certa "credibilità", è lecito "credere" in lei un po' a priori (come dare una testa di serie a Wimbledon a Federer, dovesse tracollare fuori dai primi sedici al mondo )... Come dire, un interesse sulla fiducia, che però non inficia (o non dovrebbe inficiare), poi, un giudizio critico.

Per quanto riguarda la seconda domanda, è difficile rispondere perché dei MBV hanno recuprato e copiato tutto (e lo hanno fatto molti gruppi che apprezzo, bene inteso). Non posso dirti che la differenza la fa l'uso delle chitarre o l'utilizzo delle linea vocali. L'amalgama del tutto però è unica (tralasciando considerazioni sulla qualità, perché molti dei gruppi saccheggianti hanno realizzato dischi migliori di questo)... Mi sono bastati i primi trenta secondi per riconoscere i MBV in "she found now", a prescindere, ti assicuro, dal nome sulla copertina.

Dr.Paul alle 18:11 del 7 febbraio 2013 ha scritto:

la testa di serie a wimbledon....più che a Federer in questo caso l'hanno data a Ivan Lendl! ne sono passati di anni eh! )

anche secondo me ci sono band a cui si guarda con una certa benevolenza (mbv, radiohead...elenco lungo).

troppo uguale al loro passato sto disco (per giunta con melodie ben al di sotto dei loro standard), in più quei muri noise-famolo-strano ormai non rappresentano più nulla (imho) tanti anni sono passati! forse è più difficile il comeback per una band come i mbv rispetto a chi ha sempre fatto un pop rock ortodosso, anche se alla fine sono sempre le canzoni a fare la differenza....e in questo caso non sono granchè soddisfacenti!

loson (ha votato 5,5 questo disco) alle 19:18 del 7 febbraio 2013 ha scritto:

Loro restano un mito, ed è ammirevole il modo in cui Shields riesce ancora oggi a intortare pubblico e critici (i coglioni sono loro) circa la bontà di un disco come questo. Lo dico da ammiratore, sia chiaro. Qua ci sono due pezzi davvero buoni (If I Am e Wonder 2), per il resto sembra di ascoltare scarti da Loveless. She Found Now subito ti circuisce, perchè la ascolti ed è come tornare a casa o rivedere un vecchio amico che credevi perso: passato l'entusiasmo dell'essersi ritrovati, scopri che il tempo è passato e lo ha logorato irreversibilmente, tanto che forse era meglio ricordarlo per com'era. Un'ultima cosa: l'equazione shoegaze= My Bloody Valentine è un luogo comune che sarebbe meglio sfatare.

Cas (ha votato 6,5 questo disco) alle 20:59 del 7 febbraio 2013 ha scritto:

Che dire... Un ritorno per il quale posso benissimo comprendere l'entusiasmo. Un ritorno importante soprattutto perché ha qualcosa da dire, vista la serpeggiante riscoperta del genere, oltre a rappresentare un evento in sé, vista la stazza dei MBV. Be', sembra di ascoltare le outtakes di Loveless, sì. Però che suoni, che atmosfere! Insomma, per ora non so ancora bene che pensare: certo è che Only Tomorrow e Wonder 2 sono dei pezzoni.

nebraska82 (ha votato 6 questo disco) alle 11:54 del 11 febbraio 2013 ha scritto:

disco che passerà alla storia più per ragioni di marketing che per il suo effettivo valore. qualche zampata di classe qua e là li salva, ma un punto in più lo prendono per questioni affettive.

madcat (ha votato 10 questo disco) alle 18:33 del 13 febbraio 2013 ha scritto:

lo preferisco all'esordio, gran bel disco

loson (ha votato 5,5 questo disco) alle 20:43 del 13 febbraio 2013 ha scritto:

Nemmeno io considero "Isn't Anything" un capolavoro: alterna robe stratosferiche ad altre quasi imbarazzanti (tipo Cupid Come o You Never Should). I capisaldi dei MBV per me restano Loveless e You Made Me Realize EP (nessuno se lo ricorda 'sto pezzo? Per me è a dir poco sconvolgente )

madcat (ha votato 10 questo disco) alle 1:05 del 14 febbraio 2013 ha scritto:

grande pezzo come tantissimi degli innumerevoli ep che hanno pubblicato, è uscito un doppio disco con gli ep 88-91 rimasterizzati, davvero bello

Peasyfloyd (ha votato 8 questo disco) alle 12:29 del 16 febbraio 2013 ha scritto:

ho apprezzato molto questo ritorno, così diverso, così in linea con la loro storia. Ce ne fossero sempre di ritorni così!

ThirdEye (ha votato 7,5 questo disco) alle 21:55 del 12 marzo 2013 ha scritto:

Mi garba. Un ottimo lavoro. Certo, sarebbe stupido aspettarsi un album ai livelli di "Loveless". Ma rimane un lavoro du più che buona qualità..

NathanAdler77 (ha votato 7,5 questo disco) alle 19:58 del 29 giugno 2013 ha scritto:

Shields poteva pubblicarlo nel '98 (il mantra-jungle di "Nothing Is" proviene da lì) e forse ci saremmo risparmiati tutto il carrozzone da psicosi collettiva 2.0, le chiavi di lettura un po' farlocche e vacue sulle presunte doti messianiche di "mbv", le critiche sanguinarie di chi si aspettava un ritorno epocale quanto "Loveless" o "Isn't Anything". Alla fine è, semplicemente, una più che dignitosa nota a margine di una parabola artistica geniale, flemmatica e a suo modo unica. Prima parte nella continuità, ultimi quattro brani che cercano di superare il mito scavandosi una loro nicchia credibile e "contemporanea" (notevoli "In Another Way" e "Wonder 2").

Lepo (ha votato 7,5 questo disco) alle 16:22 del 12 dicembre 2013 ha scritto:

Oggettivamente, un disco piuttosto inutile nel 2013 (eccezion fatta per il capolavoro totale, "Wonder 2", roba che tutte queste nuove leve shoegaze si sognano la notte). Con loro però perdo la lucidità che altrove mi contraddistingue e, nonostante tutto, 4-5 pezzi davvero notevoli (a parte la già menzionata traccia finale) li trovo. Un ritorno che non mi ha deluso, per quanto debba ammettere mi attendessi qualcosa di più.

baronedeki (ha votato 5 questo disco) alle 21:18 del 29 gennaio 2017 ha scritto:

Album mediocre ed anacronistico. Per metà con canzoni datate che sembrano scarti di Loveless e l'altra con tentativi confusi e maldestri al limite dell' amatoriale di rinnovamento. Se di genio si è trattato è durato veramente poco quanto da Natale a Santo Stefano come si dice dalle mie parti. Capisco che i ritorni quasi sempre sono deludenti ma da Kevin S. ci si aspettava altro e dopo 22 anni ancor di più.Era meglio lasciare le cose come stavano invece di intaccare il proprio mito.