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R Recensione

6/10

Nothing

Tired of Tomorrow

I Nothing di Domenic Palermo contrastavano con la fama di quest’ultimo (un passato hardcore, i due anni di prigione) con un suono tutt’altro che feroce e rabbioso, anzi: per quanto fossero impetuose le schitarrate di “Guilty of Everything”, il mood era quasi sempre sintonizzato sulle frequenze di una placida malinconia, di un dream pop oscuro che rimandava tanto agli Slowdive quanto al sadcore dei Low. Il secondo “Tired of Tomorrow” non cambia le carte in tavola, calcando semmai la mano sulla componente emo -nel senso letterale di “emozionale”- della proposta. Rimane l’impasto chitarristico che mastica shoegaze e rock americano (penso agli Smashing Pumpkins), ma l’andamento dei brani è dominato da un languore che rischia più di una volta di incappare in vicoli ciechi.

La sensibilità dolciastra di Palermo risulta spesso fuori fuoco, impigrita, non del tutto al suo posto nella formula dei Nothing: qualche dubbio lo si inizia a maturare già dalla prima “Fever Queen”, lamentosa e ripetitiva, ma anche con la più dinamica “ACD (Abcessive Compulsive Disorder)” che, nonostante il maestoso riff che attacca nel migliore dei modi, viene poi smorzata dallo sbrodolamento melodico del finale, mentre “Nineteen Ninety Heaven”, ballata melensa e appiccicosa, risulta stanca ed immobile, invischiata in una melodia stucchevole, così come la stantia “Eaten By Worms”, poco più che un riempitivo.

Le cose vanno meglio quando il discorso strumentale e il pathos melodico interagiscono potenziandosi a vicenda invece di andare ognuno per la sua strada: si prenda l’energica “Curse of the Sun”, gradevole riproposizione di quella mistura di dilatazioni chitarristiche e rock sporco ispirato ai Pumpkins di “Siamese Dream”, o ancora brani come “Everyone Is Happy”, buon esempio di scrittura eterea e riverberata, “Our Plague” e “The Heavenly Blue Flu”, la prima (davvero ottima) in debito con la scena emo del Midwest (penso ai soliti American Football), la seconda con lo shoegaze più impalpabile.

Non si può dire se i Nothing abbiano imboccato con convinzione una nuova strada, se la proposta sia maturata: l’indeterminatezza regna sovrana. Il mood è più introspettivo, vero, ma non è evidente nessun vero e proprio cambio di marcia. Tra continuità, sbandate, possibili nuovi percorsi, il quartetto di Philadelphia rimane pressoché immobile.

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