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R Recensione

7/10

Ringo Deathstarr

Colour Trip

Lo shoegaze torna alle origini. Dopo le scorribande dei nu-gazers che innestavano su un fusto noise scorie elettroniche ingarbugliando la tassonomia e tentando di rinvigorire il linguaggio (dallo sperimentalismo degli M83 al rumorismo estremo degli A Place to Bury Strangers), ecco che con la fine della prima decade del 2000 il nuovo paradigma sembra trarre diretta ispirazione dalla stagione '90-'93. Con quei suoni viene riabilitato anche un sentimentalismo dolciastro, tipico dei giovani borghesi che scelsero la via dell'estasi contemplativa dello shoegaze come via di fuga dall'era post-ideologica. Sono infatti i vocalizzi dreamy e le movenze ipnotiche a connotare il sound delle band in questione. E' a questo proposito che abbiamo già parlato del nuovo corso dei Belong; ora tocca ai Ringo Deathstarr, giovane band di Austin, Texas, misurarsi con quella che pare essere un'inedita ondata di riscoperta ed elaborazione.

 

Colour Trip è un esordio che riesce a condensare in poco più di mezzora uno stile già ben definito, frutto di un'idea chiara riguardo a cosa si voglia esprimere in note. Le prime intenzioni sono dunque quelle rivelate da un approccio sbarazzino che, assieme ad una spiccata sensibilità per le melodie catchy (l'indie pop di So High), rende ogni brano un piccolo gioiellino pop, dotato di una solare vitalità. Non è tutto però: basta sentire la prima Imagine Hearts (i MBV sono citati in modo spudorato) per godere di un lavorio alle chitarre davvero delizioso, in grado di piegare le onde sonore generando un suono colloso, pregnante, psichedelico. Sulla stessa scia si piazzano brani fascinosi come Two Girls, Kaleidoscope, Day Dreamy, Chloe (tra i migliori del lotto) tutti pezzi pop da novanta (in tutti i sensi) con in più la capacità di approfondire le trame sonore grazie ad un'estetica fatta di ripiegamenti, manipolazioni, sguardo fisso sui pedali. Il noise pop di Do It Evey Time o di Tambourine Girl unisce una spigliata scrittura pop ad una versione meno nichilista ed esasperata dei Jesus and Mary Chain (anche se in You don't Listen l'emulazione è palese).

 

Un album che scorre liscio come l'olio, facendosi apprezzare per un dinamismo e un vigore che lasciano ben promettere per il futuro dei Ringo Deathstarr. E che ci fanno intendere, un'altra volta, che non è mai troppo tardi per riscoprire le chitarre.

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Voto degli utenti: 6,8/10 in media su 3 voti.
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C Commenti

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target (ha votato 6 questo disco) alle 14:33 del 14 luglio 2011 ha scritto:

pezzi pop da novanta (in tutti i sensi)

ahah, grande Cas! interessanti i video sopra (soprattutto il secondo, eheh): da approfondire! ormai è revival '90 conclamato generalizzato totale

target (ha votato 6 questo disco) alle 19:48 del 18 luglio 2011 ha scritto:

Mi piace il lato più anorak ("So high", "Kaleidoscope"), un po' meno quello sfacciatamente My Bloody Valentine, mentre è interessante il finale dreamy ("Other Things"). Un po' come per i Tamaryn l'estate scorsa, però, ho l'impressione di qualcosa di simpaticamente effimero. Da 6,5, ecco ) Bella Cas per la segnalazione, comunque, ché l'ascolto è meritato.