Spacemen 3
The Perfect Prescription
La psichedelia non è una prerogativa degli anni sessanta, come molti sono spesso naturalmente portati a pensare: si tratta soltanto di capire che gli anni ’60 hanno un inizio e una fine, e dunque non pretendere una cristallizzazione del genere in un format immutabile. Come ogni genere, anche questo si è evoluto, lasciandoci adorare il suo vecchio carapace ma ripresentandosi in una nuova forma.
Ed è precisamente negli anni ’80 che ha avuto uno dei più fortunati fenomeni di rinnovamento.
Gli Spacemen 3, nati nel 1982, sono un prodotto di questo mutamento e seguaci della scena shoegaze dei Jesus and Mary Chain, che avevano dato alla psichedelia un carattere rumorista e fragoroso, bombardandola di feedback lancinanti.
Questo The Perfect Prescription, però, si distacca notevolmente dalle sonorità di Psychocandy, per offrire all’ascoltatore una lancinante…calma. La loro “via alla psichedelia” infatti non è quella euforica e spensierata dei gruppi anni ’60, né quella chiassosa del noise pop anni ’80.
La loro è la precisa rappresentazione in musica degli effetti dell’overdose da eroina, non delle allucinazioni causate dall'acido.
E questa è una grossa differenza: perché non si tratta della musica di uno che vede prismi colorati e immagina di parlare con cose che non esistono, ma di qualcuno che si sta annientando, che piomba in un oceano di assenza di slancio vitale e di completo intorpidimento.
Nel libro “Flash” di Charles Duchaussois, l’autore racconta che dopo la sua prima dose ha passato tre giorni disteso su un letto a sonnecchiare senza accorgersi dello scorrere del tempo.
Ecco di cosa stiamo parlando.
La prima traccia, Take Mo To The Other Side, è l’unico attimo di frenesia dell’album, dove Peter Kember e Jason Pierce picchiano duro sulle chitarre in stile Jesus and Mary Chain.
Ma tutto è ovattato, un riverbero, un riflesso, più che un atto diretto e consapevole. Infatti le voci si trascinano stancamente, lasciandosi pian piano trascinare nel turbine dell'incoscienza.
L’ago è appena entrato…
Walkin’ With Jesus cambia totalmente piglio: eccoci ora nel mondo rarefatto ed etereo dell’eroina. Un organetto ripetitivo e una chitarra acustica languida accompagnano le litanie allucinate di Pierce, che si protraggono dolcemente trascinandosi tra atmosfere sempre più pacate, impreziosite qua e la da sommessi assoli acustici ed effetti psichedelici.
Ode To Street Hassle, pezzo eccelso dove iniziamo a capire perfettamente che la dimensione degli Spacemen 3 è una dimensione priva di spazio e di tempo, localizzata solo dall’espansione chimica provocata dalla droga, vede la voce di Pierce impegnata in un parlato reediano, mentre una chitarra elettrica esegue un motivo paranoicamente ripetuto, e l’altra lo orna con micro virtuosismi dalla toccante preziosità.
Ecstasy Symphony è il primo apice sensoriale del disco: un nugolo morbido e stordente di effetti psichedelici ci investe avvolgendoci e rivestendoci di un torpore disarmante, reso sublime da un violino la cui trama costituirà l’inizio della seguente Transparent Radiation.
Essendo un pezzo dei Red Crayola, non poteva che essere perfetto di suo, ma gli Spacemen 3 lo stravolgono rendendolo qualcosa di nuovo e affascinantissimo.
Il violino lambisce ogni nostro organo ricettivo, la voce distaccata ma calda ci tiene appesi a quel filo labile di lucidità presente in ogni canzone. E poi c’è la chitarra, splendida ed onirica, con i suoi virtuosismi tanto efficaci che sembrano quasi esser un frutto immediato dell’inconscio. Tutti questi elementi si trascinano in quella non-struttura tipica di tutte le canzoni, che finiscono per fluire lentamente ed inconsciamente verso la fine.
Feel So Good ci eleva in una dimensione ultraterrena di incoscienza e stordimento, colma di una strabordante pace dei sensi e di una pericolosa voglia di qualcosa di più. Tutto sembra immobile in una dimensione incantata, non esiste né progressione né regressione, siamo nell’immutabilità più concreta, in un nirvana acido e delirante.
Con Things’ll Never Be The Same però le cose cambiano: se poco fa la mente era scollegata, ora le chitarre elettriche distorte ci riportano sulla terra, e ci fanno ricordare tutta la merda che la rende (per i nostri musicisti) un luogo da cui rifuggire con l’aiuto dell’eroina: “And babe let me know when your life gets too real / We'll put some love deep in our veins”.
E si tratta di una consapolevolezza scomoda e dolorosa, manifestata dalla voce rabbiosa di Pierce e dagli spigolosi feedback.
Come Down Easy allora sopraggiunge a riportarci lontano da quella realtà tanto sofferta, e permette a Pierce di cantare nuovamente “I feel alright”, con la costante consapevolezza che “All I want to do is get stoned”. Questa ballata altalenante è l’ennesima prova della grandezza degli Spacemen 3, capaci di far confluire semplici “canzonette” in evoluzioni sofisticate e mai scontate, sebbene prevalga una voluta semplicità di fondo.
Dopo questo ultimo slancio al cielo però siamo giunti davvero al punto di non ritorno, punto in cui la volontà di espansione e di fuga dalla realtà ci porta irrimediabilmente all’annullamento di noi stessi. Call The Doctor è la risultante presa di coscienza: “Call the doctor pretty baby, you know I'm near to my last breath”. I toni si fanno ipnotici e rilassati, la voce flebile e stentata, mentre le chitarre elettriche si dividono come al solito i compiti: una esegue un morbido tappeto di accordi ripetuti, l’altra invece sublima il tutto con assoli incantati ed espansi.
Fino a spegnersi.
Le ultime Soul 1 e That’s Just Fine sono degli ottimi brani strumentali, degni di vedersi affidata la conclusione dell’album.
Possiamo trarre una conclusione dopo l’ascolto di questo gioiello: perché darci all’eroina, se possiamo ascoltare The Perfect Prescription?
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